E’ chiaro che una cultura è tanto più permeabile, predisposta all’assorbimento di culture diverse, quanto più è approssimativa e instabile. Contrariamente a quanto sostiene la vulgata corrente. Anche la dibattuta questione relativa ai ready made, tende ad essere considerata in modo generico, ovvero sulla scia del rifiuto dell’estetica propria dell’arte contemporanea. L’estetica non può ovviamente essere il solo punto di riferimento della produzione artistica. Ma neppure è accettabile che i ready made siano considerati a priori come una contrapposizione alla bellezza. Credo che questo concetto debba essere rivisto. L’autonomia dell’artista non può basarsi su pregiudizi, tanto meno lo esime dal rendere intelligibile il linguaggio di cui si serve, a meno che non voglia chiudersi in un soliloquio. Nel 1976, nel corso di un viaggio in automobile da News Orleans a Los Angeles, feci una sosta in un punto deserto del Nuovo Messico. Ricordo un cartello “1000 miles Sonora” . Feci due passi per sgranchirmi le gambe e vidi in mezzo alla sabbia un ramo secco completamente traforato dalla termiti (o almeno credo). Pareva un pezzo di legno ricamato, mi colpì molto l’originale semplicità dell’oggetto. Lo raccolsi e tutt’ora lo conservo nel mio studio – foto – L’oggetto mi suggerì l’idea di ripetere l’esperimento. Collocai un ramo sulla parete del mio studio, sperando che i tarli lo lavorassero. In effetti un tarlo entro nel legno, uno solo, lo perforò da parte a parte e scomparve. Immaginai la possibilità di collocare il ceppo sopra uno dei formicai presenti nel mio prato. Rinunciai pensando alla difficoltà che avrei incontrato a liberarlo dalle formiche. Scrivo di questo episodio minimo perché penso che la scelta di un ready made possa avere diverse motivazioni e significati. Il ramo traforato che raccolsi è un “capolavoro” creato senza consapevolezza da animali. La mia scelta è invece frutto di consapevolezza, un appropriazione che pone all’attenzione qualcosa che forse è unico, non nel senso che sia l’unico legno traforato, ma unico per forma e tipologia di traforazione. Per me l’oggetto è anche esteticamente bello. Dunque il ready made non deve necessariamente essere sgradevole o esprimere qualcosa di provocatorio. Basti dire che il più diffuso ready made è la fotografia. Quando scattiamo una fotografia non creiamo nulla, ci limitiamo a registrare qualcosa di esistente. Il rischio, visto l’abbruttimento generalizzato, è che solo le cose brutte, pornografiche, oscene, attraggono l’ attenzione di chi punta l’obiettivo. Un tramonto è qualcosa di naturale, non è un’opera d’arte, lo può diventare quando è dipinto o fotografato. E’ un errore a mio parere considerarlo banale, scontato, in realtà non esiste un tramonto identico ad un altro. Dobbiamo tentare di tenere desta la nostra sensibilità anche per le cose semplici, evitare l’ottusa ricerca dell’”originale” a tutti costi. La nostra osservazione non può per così dire, galleggiare, perdere l’attenzione per i dettagli, il particolare che fa la differenza. La nostra visione è come la nostra vita, può essere impoverita o arricchita dalla nostra sensibilità, la stessa che ci consente di scorgere e apprezzare un profumo, il sorriso di una persona, la poesia di una strada deserta. 
Considerazioni sull'arte
L’escatologia dell’arte è certificata anche dalla deriva nominalistica delle mostre. A Torino, in parallelo allo svolgimento della Fiera dell’Arte denominata Artissima, si è svolta una mostra, supportata da Enti Locali ( in questo caso i soldi si trovano) Enti pubblici e Banche, dal titolo “Shit and Die” (Caga e muori). Cifra della sempre più raffinata intelligenza di molti produttori d’arte contemporanea e loro sostenitori. Ovviamente la mostra ha avuto un grande impatto mediatico, con file all’ingresso e molti visitatori ansiosi di farsi stampare in fronte il titolo della mostra dall’onnipresente Cattelan.Tenuto conto che la mostra si è svolta in un palazzo storico al centro di Torino, Palazzo Cavour, e si è potuta svolgere grazie all’appoggio degli Enti Locali, abbiamo una chiara visione dei tempi in cui viviamo. Si cercherebbe invano un articolo di critica alla mostra, o più in generale a certe derive di Artissima. Per critica s’intende, come dice la parola stessa, non elogi, ma la messa in rilievo di carenze e distonie. Gli elogi in qualche caso sono declinati con derive politiche e di campanile. La politica e mercato innanzitutto. Tuttavia anche l’entusiasmo, reale o simulato, non cancella lo stato non proprio felice dell’arte contemporanea. Il pensiero unico, mascherato di progressismo domina anche la scena dell’arte. Da notare il crescente numero di artisti che realizzano opere consistenti in scritte su lastre di pietra o marmo, del tipo che si vedono nei cimiteri, forse inconscio riferimento alla morte dell’arte. Anche la mostra su citata include il richiamo alla morte nel titolo. Dovremmo aspettarci presto degli happening direttamente nei cimiteri dove le lapidi sono numerose, quasi sempre con scritte più intelligenti di quelle che appaiono sulle lastre di marmo esposte nelle gallerie. Di certo diventa difficile ogni discorso sull’arte: nullum est iam dictum quod sit dictum prius.












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