Multiculturalismo made in USA  0

Leggo la lettera pubblicata su Repubblica di oggi – 14 Agosto 2016 – il cui titolo è già di per sè fuorviante : “La sinistra e il tabù del multiculturalismo” . I due insigni intellettuali, uno docente all’Università di New York, James Fontanella Khan e, Carlo Invernizzi Accetti, avrebbero dovuto innanzi tutto chiarire cosa significa tabù e multiculturalismo. Scrivono i due: “Se ora vogliamo, come sinistra italiana ed europea, imparare qualcosa da un paese che vive dell’immigrazione da più di un secolo…”. Francamente da due intellettuali che pretendono di dare lezioni all’Italia e all’Europa, ci saremmo aspettati più modestia e maggiore informazione. Cominciamo col dire che il multiculturalismo Usa non è una scelta. Gli Stati Uniti nascono dall’eccidio dei nativi Pellerossa e si costituiscono grazie all’arrivo di immigranti da ogni parte del mondo, in primis dall’Europa. I discendenti dai Padri Pellegrini sono considerati l’aristocrazia americana, la loro colonia, fondata a Plymouth nel 1620 è stata la seconda, dopo quella fondata dai coloni Jamestown in Virginia nel 1607. Sicuramente i nostri dotti docenti conosceranno queste date, stupisce quindi che scrivano a sproposito di multiculturalismo. Per venire a tempi più recenti, lo sfruttamento dei nuovi arrivati è stato francamente vergognoso. Mio bisnonno raccontava che sui giornali apparivano annunci di questo tenore:” si assumono negri o italiani”. Invito i due esegeti del multiculturalismo a consultare le mediateche. Questo è poca cosa rispetto alla sfruttamento dei cinesi per costruire le ferrovie di proprietà di magnati come i Vanderbilt, i Trump del tempo. Questi fatti stridono con la presunzione con cui i due soloni italo-americani pretendono di impartire lezioni di democrazia. Abbiamo ancora presente “l’esportazione della democrazia” attuata da Bush costata oltre 250.000 morti. Certo è meno agevole il multiculturalismo in paesi di antica cultura come l’Italia. Un effettivo multiculturalismo dovrebbe essere preceduto dalla conoscenza della propria cultura. La cultura del territorio innanzi tutto. Problema che in USA non si pone, dal momento che un qualunque villaggio italiano ha più storia dei luoghi storici americani. La cultura statunitense è di derivazione europea, oppure trattasi di cultura country. Unico primato è la cultura tecnica, la stessa che ha permesso la costruzioni di armi di distruzione di massa. In certe condizioni multiculturalismo non solo è facile, ma inevitabile. Durante gli anni di permanenza negli Stati Uniti ho percorso in lungo e in largo il sub-continente americano. Ho avuto modo di conoscere anche la pittura genuinamente americana, quella di cui non si parla a New York e Los Angeles. Si tratta di ritratti di capi indiani e di cowboys. Il mio amico, Maurizio Vitale, mi chiese di acquistare un’opera di questi artisti del midwest da usare come pubblicità dei jeans Jesus da lui prodotti. Dovette rinunciare per la somma proibitiva che gli venne chiesta, ripiegò su una mia fotografia a Jimmy Carter. Chiudo ricordando che gli USA sono tutt’ora pervasi dal razzismo, come certificano le cronache. Dunque, invece di impartire lezioni di multiculturalismo, i due professori, dopo avere approfondito i temi di cui scrivono, dovrebbero impegnarsi per un maggior rispetto degli esseri umani in casa loro, evitando di confondere il darwinismo sociale dilagante nelle società statunitense, con il multiculturalismo che è tutt’altra cosa. poster127

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La fantasia logica  0

Quando si affronta il tema dell’arte, ci si trova immersi in un bailamme di sproloqui di vario genere, quasi che l’arte sia null’atro che un diversivo ludico la cui storia è solo una sequenza di modalità di esecuzione. Quando, intorno all’anno mille il matematico arabo Alhazen affrontò il tema della prospettiva, aveva in mente un’idea della rappresentazione riferita a canoni scientifici ben precisi. La realtà dei fenomeni ha natura oggettiva, dunque l’artista, quale che sia il fenomeno che intende rappresentare, dovrebbe collegarsi al significato, nel senso descritto da Platone. L’arte dovrebbe costituire un ponte tra il sapere e l’esistenza empirica. Ogni sapere è nella sua forma e nella sua essenza volto alla determinazione. Se l’arte si abbandona all’indeterminatezza, per ciò stesso viene meno alla sua funzione. Va da sè che, anche una motivazione priva di costrutto logico è nulla. Secondo Goethe ogni oggetto, rettamente considerato, rivela in noi un nuovo organo della visione. La ricchezza dell’arte consiste nella possibilità, sottolineata da Hilbert, che la grande quantità di relazioni possibili vengano raccolte in un singolo oggetto e rappresentate in virtù di quell’’oggetto. I giudizi sull’arte si pronunciano spesso intorno a possibilità che non trovano riscontro nella rappresentazione. Ovvero, la rappresentazione si traduce in pura tautologia. Un esempio è l’opera di Mario Merz che si richiama al matematico Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, e la sua sequenza dei numeri. Che significato può avere la riproposizione visiva dei numeri se non il senso della nota derivazione di Dedekind.Già in Bacone l’obiezione essenziale che viene mossa contro ogni pensiero concettuale, è che esso si ferma all’immagine, ovvero ad una realtà già sperimentata e non è in grado, particolarmente nella forma artistica, di esprimerla se non trasformandola,e in questa trasformazione, la falsifica. In tal modo la pretestuosità dell’arte che vuol farsi concetto , si traduce in puro arbitrio privo di ragione. Il concetto, comunque espresso, non può porre né produrre alcun nuovo contenuto della conoscenza ; esso può solo spostare in diverse maniere, unire e separare a piacere idee semplici che gli vengono offerte dalla sensazione. I modi sui quali si sofferma Locke, nascono dall’intelletto quando la percezione interna resta inespressa, priva di connessioni esterne in grado di rappresentarla in modo appropriato. Anche Berkeley condanna i concetti che, o si traducono in tautologia, come abbiamo visto sopra, oppure restano articolazioni indeterminate e, come si esprime Berkeley: “ Non rendono lo spirito più acuto, bensì più ottuso nel cogliere l’unica vera realtà, che ci è data dalla percezione”. L’arte, più in generale la cultura contemporanea, ha risolto il problema rifiutando la stessa concezione di spirito, di verità, di sensazione intelligente. Quello che resta è ciò che vediamo nelle fiere dell’arte. aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaanewsoggi

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Femminismo,arte denaro.  0

La storia dell’arte registra gli eventi dando ad essi una cronologia e un filo conduttore che fanno apparire le varie sequenze come un’evoluzione logica. Nei fatti, fino ad una certa epoca, la storia dell’arte ha avuto un senso. Nel ‘700 l’Italia era un faro per l’Europa. Nel 1748 il sovraintendente de Marigny, fratello di Madame de Pompadour, intraprese, con Soufflot e Cochin, un viaggio di studio in Italia, dando inizio all’usanza dei pellegrinaggi nel nostro paese. Con Winckelmann comincia la ricerca archeologica sistematica, per opera di Mengs. Dunque l’arte aveva una forte caratura culturale e storica, senza risvolti ideologici o pretese concettuali. Nel momento in cui la borghesia prende il soppravvento anche l’arte diventa oggetto di mercato. Il carattere culturale si attenua, prevale l’aspetto commerciale. Tuttavia i tempi della storia non sono brevissimi, l’evoluzione dell’arte diventata merce, inizia gradatamente ad evolversi in senso peggiorativo, aumenta contemporaneamente il supporto dei critici alle varie forme d’arte. Tutto avviene con una certa gradualità. Fino a quando alle esigenze mercantili si contrappongono posizioni ideologiche. Le prime avvisaglie erano apparse nel romanticismo. Per quanto possa apparire strano oggi, il romanticismo nacque come corrente d’avanguardia. La deflagrazione nel mondo dell’arte, avvenne tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900. Futurismo, Dada, Surrealismo furono i movimenti artistici che diedero il via alla deriva dell’arte. Mentre il surrealismo, conservava ancora interesse per la pittura e una traccia delle forme d’arte “convenzionali” , come in parte anche il futurismo, al di là di manifesti e proclami,la corrente Dada nasce come forza d’urto distruttiva, volta a demolire ogni forma di arte com’era stata fino ad allora. Un gruppo di artisti e intellettuali si riunisce nei locali del Caffè Voltaire a Zurigo, e, scegliendo a caso una parola sul dizionario, si autodefinisce Dada. La sua patria di adozione diventa presto New York, dove vi era molta ricchezza e scarsa cultura artistica. Agli artisti americani non parve vero di aver trovato uno strumento per intaccare il predominio culturale dell’Europa. E’ questa la ragione per la quale il rumeno Tristan Tzara, il maggior teorico e strenuo difensore della corrente, trovo entusiastica accoglienza a New York dove già allora il mondo dell’arte vedeva una grande preponderanza femminile. Come scrive Aline B. Saarinen in “I grandi collezionisti americani” tra i quali spicca Katherine Sophie Dreier, la ricca ereditiera che finanziò l’altro noto protagonista del gruppo, Marcel Duchamp. La Dreier era una convinta femminista, partecipò come delegata all’incontro femminista internazionale che si svolse a Stoccolma nel 1911. Fin d’allora femminismo e arte s’incrociano, con due risultati. Il primo spostare gradatamente l’asse del sistema dell’arte dall’Europa a New York, il resto degli Usa rimasero ancora a lungo lontani dal mondo dell’arte. Come conseguenza creare le premesse, con l’ausilio dei ricchi mercanti e collezionisti americani, che John G. Johnson aveva definito “squilionari”, per ottenere il predominio americano nel sistema dell’arte che iniziò con astrattismo e culminò con la Pop Art. Ciò che stupisce in tutto questo gioco di potere e denaro, è l’assoluta passività dell’Europa, anche tenuto conto che fin dall’allora la Gran Bretagna era la testa di ponte degli Stati Uniti nel vecchio continente. aaaaaaaaaaaaaaaaamesletter

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La scelta della natura.  0

Coloro che pretendono di annullare ogni principio etico, si appellano al fatto che in natura la morale non esiste, pertanto la morale è un’invenzione umana. Su questo tema ci sarebbe molto da dire, potrebbero farlo gli etologi, spiegando, ad esempio, perché in quasi ogni specie animale accade che le femmine si prendano cura di cuccioli che non hanno partorito. Perché gli animali si affezionano all’uomo fino a lasciarsi morire sulla tomba del loro “padrone”. A questo punto rischiamo di inoltrarci in un campo nel quale non siamo competenti. Prendendo per buona la tesi secondo cui la morale non esiste in natura, non possiamo fare a meno di rilevare che in natura prevale la legge del più forte. La madre della gazzella sbranata dal leone non ha modo di protestare, così la rana divorata dal serpente, nèe il serpente ucciso e mangiato dall’uccello rapace. Quindi l’assenza di morale ha delle conseguenze che noi non siamo disposti ad accettare. La legge morale infatti è andata configurandosi allo scopo di tenere a bada gli istinti animali che esistono anche negli esseri umani, anche noi apparteniamo al regno animale. L’effetto evolutivo non ha ridotto la tendenza ad atteggiamenti viziosi della natura umana, spesso accentuati dal pensiero. La correttezza delle morfologie umane nell’evoluzione, le premesse antropologiche, dimostrano che l’uomo, nel corso dei millenni, ha costruito una cultura e delle istituzioni al fine di tenere a bada gli aspetti deteriori della propria natura. L’Homo Sapiens è un essere ibrido, viziato a livello basale, facilmente portato alla deriva della trasformazione in homo pauper. Il pessimismo antropologico ha lasciato spazio alla vertigine tecnologica, nella convinzione di poter avere assoluto controllo su tutto. In realtà sappiamo bene che non è così. Siamo consapevoli che la natura umana è dotata di molteplici possibilità di adattamento, ma anche eccessivamente impressionabile. Essa si trova quindi di fronte a uno spettro estremamente ampio di opzioni d’azione che possono divergere. Dal valore medio per raggiungere l’inverosimile nell’arte e nella ascesi, oppure abbandonarsi agli eccessi sessuali o al crimine. Dobbiamo dunque chiederci: cos’è che indirizza la scelta? Gehlen ha presentato l’uomo nel suo aspetto primario, elementare. L’antropologo osserva con inquietudine la deregulation delle esistenze artistiche nelle sottoculture anarchiche del XX secolo. Se l’anarchismo degli artisti dovesse fare scuola e generalizzarsi, la riproduzione simbolica della società e delle sue istituzioni, teme Gehlen, avrebbe termine molto rapidamente. Come il grande inquisitore di Dostoevskij, l’antropologo è persuaso che la libertà eccessiva, non solo condurrebbe a un’entropia sociale difficilmente governabile, ma, a ragione dell’assenza di principi etici, si ripristinerebbero le leggi di natura, quindi un accentuato darwinismo sociale. aaaaaaaaaaaaaaaaartista-iraniano

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Empiria ed eremeneutica  0

teschio-per-newsIl linguaggio della cultura e quello usato dalla pubblicità dovrebbero non coincidere. In realtà si può dimostrare, testi alla mano, come vi sia grande distanza tra l’empiria e la cosa che osserviamo. Esegesi teorica di entrambi i linguaggi, pubblicità e critica d’arte, i quali convergono. L’arte moderna ha rinunciato alla pretesa di rappresentare la natura. D’altra parte essa non traccia il confine tra fenomeno sensibile ed esperienza, ma li sovrappone in modo arbitrario. La storia dell’arte è assiomatica. L’esperienza dell’arte finisce per trovarsi in un limbo. Da un lato vi è una sorta di dogmatismo, sia che si pensi con questa espressione a Locke a Hume, oppure a Mill e a Mach. L’empiriocriticismo edulcorato dalle necessità mercantili. In ciò che questi sistemi descrivono come puro dato di fatto non è possibile alcun accostamento con il livello del fare artistico del quale si confonde ispirazione con improvvisazione. I fatti dell’arte dovrebbero basarsi su una epistemologia che nasce da un’elaborazione culturale la cui traccia è sviluppata dal pensiero. La famosa questione logico- storica: “Giovanni senza terra non passerà più di qui”, è risolta da Cassirer distinguendo tra un fatto fisico e un fatto storico. Ma questo non risolve il problema dell’arte che è contemporaneamente fatto storico e realtà fisica. Ciò che non è ripetibile non è fatto, ma astrazione. Quando ci troviamo di fronte all’arte seriale, ovvero, realizzata con sistemi industriali, non abbiamo più alcuna forma di realtà. Giovanni Senza Terra può passare e ripassare all’infinito. Non resterà traccia nella storia di una gran quantità di arte contemporanea . Non vi è alcuna realtà di fatto in se stessa come dato assoluto. Ciò che chiamiamo arte deve sempre essere in qualche modo orientata teoricamente senza perdere di vista l’ontologia dell’oggetto. Come recita la poesia di Gertrude Stein:” Una rosa è una rosa è un rosa è una rosa” . I mezzi teorici dell’ermeneutica si aggiungono in un momento successivo, come constatazione di un semplice dato di fatto. Una luce illumina un oggetto che c’è, non lo crea. Questa luce è la critica che può anche esprimere uno specifico punto di vista, ma non avrà mai la prerogativa di mutare l’oggetto che esamina il quale resterà esattamente com’è.

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Natura innaturale.  1

Sono sempre più numerosi gli artisti che hanno rinunciato all’arte a favore della tecnologia. Mentre Bill Viola reinterpretava in chiave tecnologica la pittura classica, operazione discutibile ma ancora nell’alveo di un’ idea d’arte, sia pure dilatata, molti artisti hanno semplicemente declinato scienza e tecnologia in chiave artistica. Vi è quindi un radicale mutamento epistemologico nella produzione artistica. Le stesse modalità di produzione delle opere, trasformano l’artista in imprenditore che usa non solo strumenti tecnologici, ma anche forza lavoro retribuita, la cui attività contribuisce a creare plusvalore dell’opera realizzata secondo questi metodi. Vi è un nesso inscindibile, concettualmente, fra la teoria del feticismo e la forma di valore che l’arte-merce assume quando le modalità di produzione includono rapporti capitalistici. L’artista, con il sistema sopra indicato, realizza forme d’arte il cui costo deriva dal plusvalore prodotto da manodopera salariata. Ovviamente la critica non si sofferma sul sistema di produzione che ha più protagonisti, ma solo sul risultato che ha un unico titolare. Pensiamo alle opere dell’artista danese Olafur Eliasson che crea mastodontiche installazioni tecniche. La mostra “Surroundings surrounded” , realizzata in collaborazione con Peter Weibel nel 2001 al Zentrum fur Kust und Medientechnologie di Karlrube. Già dal titolo emerge in modo inequivocabile l’impronta costruttivistica. Fenomeni naturali ripetuti e interpretati grazie alla scienza e alla tecnica. Eliasson realizza nel 1994 la cascata artificiale diventata famosa. C’è l’installazione del vento intitolata “Your Windless Arrangement” del 1997 di proprietà del museo di Malmò. L’installazione è costituita da sedici ventilatori coordinati tra loro. Neanche il vento è risparmiato da diventare oggetto di esposizione grazie al pragmatismo tecnologico dilagante, soprattutto nei paesi anglosassoni e in USA. Ecco dunque che il fantasma tante volte esorcizzato di valore d’uso e valore di scambio appare sotto specie artistica senza che la critica, ormai completamente prona al mercato, sollevi questioni di ordine epistemologico ed ontologico. E’ del tutto ignorato l’aspetto che riguarda la legittimità dello sfruttamento di manodopera esclusa dai frutti del plusvalore che contribuisce a creare. Questo aspetto è importante perché certifica, al di là di ogni dubbio, come l’arte sia null’altro che merce, prodotta con gli stessi criteri con cui vengono create tutte le altre merci. Di questo passo gli artisti occidentali faranno produrre le loro opere da manodopera dei paesi poveri, limitandosi a porre in calce la loro firma-logo. Vi sono una pluralità di aspetti che confermano come l’arte, dopo aver perso la propria collocazione di paradigma sociale, abbandonato ogni contenuto gnoseologico, rinunciato a presupposti ideologici, si ponga sullo stesso piano dei bulbi di tulipani nell’Olanda del 17esimo secolo. A quando il crollo? aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaElianson

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La ragione delle cose.  0

L’idea che l’arte abbia una totale autoreferenzialità è ingenua. Si confondono le posizioni soggettive dell’artista con la funzione sociale dell’arte, separata dalla consapevolezza dei singoli. Se i filoni costitutivi della maturazione dell’artista sono deviati da un’eccessiva sottomissione al mercato, si alimenta il feticismo. L’uomo, come produttore e consumatore, è sempre più dominato dalle cose, a prescindere che siano dotate di proprietà culturali o sociali, questo significa essere preda del feticcio della merce in cui è inclusa la produzione artistica. Sia chiaro, non stiamo formulando ipotesi teoriche, registriamo semplicemente ciò che è in atto, questione che rientra in una controversia che dura da almeno cento anni. La contraddizione sul concetto di valore e di costo, affrontata in altri ambiti da Sraffa, è esattamente ciò che produce ed alimenta la propensione feticistica che trova spazio nel vuoto dell’irrisolto. Il processo che conduce alla consapevolezza non può avvenire mediante ciò che usiamo definire “intuizione”. Al contrario, l”intuizione” è sbocco finale di un processo di conoscenza meditato. Troppo tardi H.Marcuse è pervenuto alla consapevolezza che lo spontaneismo, di cui era promotore, costituiva il grimaldello con cui l’anticultura, e conseguente mercificazione dell’arte, è un generico richiamo alla “libertà d’espressione”. Oggi la cultura accademica condivide lo spontaneismo espresso all’inizio dalla filosofia di Marcuse. La rivoluzione dell’arte è naufragata nel mercato. L’unica possibilità di risalire la china, consiste nel tentativo di riesumare i valori umani diversi dalla compravendita. E’ grave la responsabilità di chi, facendo leva sulle debolezze e sul carattere misticheggiante di critici irrazionalisti, ha posto il falso dilemma tra progressisti e oscurantisti. Falsa e dannosa l’idea che l’epistemologia non abbia rilevanza. Capire valore,significato e funzione sociale dell’arte è la premessa necessaria per una possibile riacquisizione di senso. Non è possibile restituire valore sociale all’arte, senza prima darne una definizione adeguata. L’atto produttivo dell’artista, non può essere disgiunto dalle ragioni che lo motivano. aaaaaaaaaaaaaaaanews

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L’arte ridotta a metafora di se stessa.  0

Quando l’evidenza diventa incerta, le opzioni ne assumono il ruolo. L’identità diventa una protesi , tentiamo di esprimerci con azioni o concetti sempre più vagolanti, tutto diventa sommamente ingannevole. Marcel Duchamp trascorse le feste di Natale del 1919 con la famiglia a Rouen. La sera del 27 dicembre contava d’imbarcarsi a Le Havre a bordo del piroscafo La Touraine per raggiungere New York ( mi dilungo sull’episodio per una completezza non reperibile sul Web!). Prima di partire si recò in una farmacia in rue Blomet dove acquistò un ampolla che fece svuotare del liquido contenuto. Dopo di chè chiuse l’ampolla. Arrivato a New York fece visita ai suoi amici collezionisti Water e Louise Aremberg consegnò loro l’ampolla vuota che aveva portato con sè, come regalo del visitatore ai suoi ospiti spiegando loro che, visto che i suoi fortunati amici possedevano già tutto, aveva voluto portare loro cinquanta centimetri cubi di Aria di Parigi. Un volume d’aria delle coste francesi entrava così nella lista dei primi ready-mades. Duchamp non si preoccupò affatto che il suo oggetto “aereo” improvvisato costituisse una falsificazione. L’ampolla infatti non conteneva l’aria di Parigi ma l’aria di una farmacia di Le Havre. La disinvoltura etica degli artisti è nota, per Duchamp fu una carta vincente per abbindolare i collezionisti americani a partire dalla sua principale finanziatrice Katherine Dreier. Nel 1959 Piero Manzoni ripete l’operazione con “Corpo d’aria”. L’opera consisteva in un palloncino riempito d’aria. Dalla documentazione critica in mio possesso, risulta che nessuno dei molti intellettuali che sostenevano Manzoni abbia rilevato che il più noto nipotino di Duchamp in Italia, non aveva fatto altro che imitare il maestro. La cultura moderna opera contro l’evidenza. Cultura, arte diventano metafore di se stesse, trasformano radicalmente il modo di essere de”La natura ha circondato l’uomo di pure illusioni”, l’aria, trasformata in “opera d’arte” si traduce dunque in una tautologia, rivelando un pensiero che ha perso totalmente l’ancoraggio al reale. Anche le illusioni non sono create, ma raccattate ed espresse in estemporaneità effimere. Ampolla-di-Duchiuamp

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La contemporaneità di Lisistrata, ovvero il delirio femminista.  0

Se, come sostiene Sloterdijk “..la copia costituisce una dimensione più reale dell’individuo..” , a cosa è servito il delirio ideologico del femminismo, tracimato nell’arte con effetti disastrosi ? Aristofane con Lisistrata, donna ateniese del 411 a.C., dimostra come sia sempre stato forte il potere femminile, tanto che anche il filosofo Aristotele, subì lo scherzo di Alessandro il macedone, facendosi cavalcare dalla prostituta Fillide. Da Platone in poi la tradizione divide in tre l’umana natura: la testa, sede dell’intelligenza che vede l’insieme; il basso ventre abitato dal desiderio; in mezzo il cuore. Ignorando la distinzione, Rabelais immaginò sul frontone dell’abazia di Thélème la scritta: “ Fa ciò che vuoi”. La fiaba di Thélème è semplice, si confronta con tutte le ideologie. La scelta del femminismo sembra privilegiare l’aspetto ginecologico della donna. Rabelais ha cura di segnalare che gli operai, incaricati del cibo, delle costruzioni, dei lavori pesanti e sgradevoli, abitano fuori dall’abbazia di Thélemè. Qualunque sia il maestro che nutre le ideologie della convenienza, Ricardo, Keynes, Marx, Weber, Smith, o magari Hitler, traggono i loro vantaggi dalla manipolazione di persone e leggi. Atteggiamento fatto proprio dal femminismo, specie di matrice americana, che è arrivati a creare una sorta di sant’uffizio, denominato politically correct, strumento utilissimo per manipolare norme e leggi a proprio favore, mentre è del tutto indifferente alle realtà sociali che, in tutta la loro complessità richiedono cultura e buona fede che certo è merce rara specie per persone spinte da frustrazione, i problemi non si risolvono con slogan e ancor meno con la manipolazione della realtà. Vi sono condizioni di carattere fisiologico e psicologico che non andrebbero ignorate per bulimia di potere. La scienza riconosce alcuni stati di fatto che la politica e le leggi si ostinano ad ignorare, salvo quando tornano a vantaggio della parte femminile. In USA nel 1976, un tribunale del Texas assolse una donna la quale, dopo avere assassinato il marito, lo mise nel tritacarne. La motivazione della giudice che emise la sentenza fu: l’imputata era nel suo periodo, quindi non era in condizioni di controllare i propri impulsi. Le copie americane sono emblematicamente ritratte dal pittore Edward Hopper, appaiono spesso come Bouvard e Pécuchet , fino alla resa dei conti: il divorzio. La conclusione è scontata: marito privato della casa e della possibilità di vedere i propri figli. Un nuovo oscurantismo di genere scatena la violenza della parte impotente. Il motto di Théléme è declinato esclusivamente al femminile. Il saggio Pantagruel si oppone al matrimonio. Malizia e capacità di muoversi nei meandri della burocrazia giudiziaria e delle leggi di genere. Il corporale, per chi è chiamato a sentenziare, costituisce il sottosuolo delle libertà formali e giuridiche. La burocrazia non necessita né di forza tanto meno di intelligenza, basta astuzia e abilità nell’autovittimizzazione. Ogni dialogo s’invola di fronte all’assoluta mancanza di logica. La falsificazione della storia non riguarda solo la teoria, incide sulla carne viva delle persone, dei maschi predestinati a nemesi immaginarie. Il dio ingannatore di Cartesio ha dunque un sesso. Forse la sacerdotessa Bacbuc ha partorito prima del tempo le tesi di Feuerbach. L’arte deturpata dagli eccessi accelera il declino. aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaanews

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La Storia e le favore del femminismo.  0

DIGITAL CAMERALa rosa è il fiore simbolo della fatuità del tempo che fugge, è anche il fiore dell’amore per antonomasia. Guillaume de Lorris, nel 1235, scrisse la prima parte del Roman de la Rose , in cui narrava le prove che l’Amante doveva affrontare per conquistare la Rosa, simbolo della donna. La seconda parte fu scritta da Jean de Meung tra il 1268 2 il 1285, questa parte ha un contenuto satirico verso il costume della società del tempo. Il poema, omaggio verso le donne, era motivato anche dal diffuso potere femminile, con buona pace della faziosità femminista nutrita di ignoranza, specie di matrice anglosassone e americana. L’importante ruolo della donna segna tutta la storia dell’Europa. Allora come oggi, vi era un doppio aspetto del potere femminile. Da un lato l’influenza che esse esercitavano su mariti, figli e cognati, dall’altra il potere diretto. Isabella di Baviera, Giovanna di Penthièvre, Valentina Visconti, Jolanda d’Aragona, Giovanna di Napoli sono alcune delle moltissime donne di potere. Ieri come oggi il maschio, per ossequio, o perché sedotto, aderisce al volere femminile, canta le lodi della donna, si fa un punto d’onore di essere “cavaliere servente”. Ovviamente le modalità cambiano radicalmente ma la sostanza resta. Arte e letteratura registrano omaggi alla donna, è frequente il richiamo alla Rosa, come simbolo della “fragilità” femminile. Bernard Le Bovier De Fontenelle scrisse: “ A memoria di rosa, non si è mai visto morire un giardiniere” . “Le rose che non colsi” suona come retorica ma significativa metafora del rimpianto. Scrive T.S. Eliot: “Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo, sul giardino delle rose”. Il colore rosa è il colore femminile di riferimento. E’ nota la poesia di Gertrude Stein: “ Una rosa, è una rosa, è una rosa”. Si dice che Lorenzo De Medici, il commerciante banchiere che divenne nobile, amasse molto le rose e le curasse personalmente nel suo giardino. Forse furono le rose ad ispirare il suo celebre sonetto. Egli, nonostante la magnificenza della sua vita, morì all’ospizio nel 1501. In Inghilterra, tra il 1455 ed il 1485 fu combattuta una feroce guerra dinastica tra la casa regnante dei Plantageneti e Lancaster – York. Tale guerra fu detta “guerra delle due rose” perché entrambe le casate avevano un rosa nel proprio stemma dinastico. I Plantageneti una rosa rossa, i Lancaster una rosa bianca. Forse ignorava la storia, oppure conoscendola, usò l’ironia Danny De Vito quando titolò il suo film del 1989 “La guerra dei Roses”. Anche in filosofia appare il richiamo alla rosa, quando Hegel scrive a proposito della Germania e dell’Europa: “Qui è la rosa qui devi danzare”. Nonostante il rosa sia considerato il colore simbolo del femminile, vi furono femministe storiche che lo rifiutarono. L’autrice di “La mistica della femminilità” Betty Friedan non accettava la simbologia del colore rosa come riferimento femminile. La così detta rivoluzione femminista ha reso manifesto ciò che era sottaciuto. Anche per la “rivoluzione” femminista vale la maliziosa tesi di Paul Valèry: la “Rivoluzione” è diventata una routine.

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