Il canone del disgusto.  0

Esistono ancora artisti o ci sono solo più geni? Quando l’insieme dei saperi si arena in un solipsismo cinico, la ricerca di miti diventa una sorta di virus mentale, una via di fuga dalla razionalità pensante. L’annuncio di una mostra di Maurizio Cattelan, rigorosamente in inglese “Be right back” , la locandina pubblicitaria precisa: “il Genio che ha rivoluzionato l’arte contemporanea”. Sorge spontanea la domanda: quanti sono i “geni” che hanno rivoluzionato l’arte contemporanea? A partire dai Futuristi, Dada, Fluxus, Pop Art, Arte Povera, Transavanguardia, Punk Art. Tutti geni? Tutti rivoluzionari? La mia opinione è che si tratti per lo più di mediocri soggetti esaltati dalla critica e sostenuti dalla propensione al kitsch delle masse contemporanee. Basta fotografare clochard ed esporli in mostra per riscuotere il plauso della critica. L’arte non dovrebbe essere sociologia, ma rappresentare, in forma metaforica, aspetti della realtà. Si resta perplessi nel leggere su quotidiani nazionali, di proprietà di capitalisti, con redazioni di giornalisti garantiti e lautamente retribuiti, che nella presentazione di una mostra al PAC di Milano scrivono: “ ..c’è sempre qualcosa di dignitoso in queste persone (accattoni) che non riescono ad essere funzionali all’interno di un sistema corrotto e sfruttatore..”. Così il capitale e suoi accoliti recitano due parti in commedia, mentre i veri derelitti, che non sono solo gli accattoni, ma molte vittime di un potere che, si autodefinisce democratico, favorisce, anzi impone, forme di disordine e disgregazione sociale. Siamo di fronte a saperi negati senza che siano stati davvero compresi nella loro complessità socio-etica. Abbandono spurie teorie e semplificazioni ideologiche che pretendono di attuare un’ermeneutica della realtà. Chi parla, chi agisce, chi risolve; chi paga il prezzo delle semplificazioni teoriche o, nel caso dell’arte, dell’ossequio al mercato. L’arte costituisce anch’essa un piccolo tassello di una molteplicità sociale che agisce nel profondo delle coscienze, qualsiasi cosa si intenda con “coscienza”. Come scrivevano Deleuze e Guattari in Rizoma, il libro è una piccola macchina da guerra. Il problema è che gli intellettuali non la sanno usare e sparano a casaccio. I libri di oggi in generale non descrivono né informano, non nutrono la coscienza collettiva. L’arte ha cessato da tempo di imitare la natura, la scrittura ha cessato di occuparsi della realtà, per quella che è, non vista attraverso l’immaginazione di bolsi soloni al riparo dalla conseguenze del loro teorizzazioni. L’elenco delle correnti artistiche, elencate sopra, è in parallelo con le mode, gonne lunghe, gonne corte, voile o jeans. La massa,suggestionata dai media, seguirà passivamente. Conformismo rassegnazione e disgusto sono le cifre della modernità. aaaaaaaaaaaaaaaa-6-giugno-2017

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Inesistenza protratta.  0

Nelle lezioni di estetica di Hegel sono contenute queste affermazioni: “ Per noi l’arte non costituisce più il modo supremo in cui la verità giunge ad esistere” (WW.X,1 p.134) E prosegue: “ si può, certo, sperare che l’arte continui sempre più a elevarsi e a compiersi,ma la sua forma ha cessato di essere il supremo bisogno del Geist (ibid. p.135). “Rispetto a tutti questi rapporti,l’arte, colta in relazione alla sua vocazione suprema, è e rimane per noi un che di passato” (X 1 p.16). Nonostante il requiem di Hegel, l’agonia dell’arte si protrae da due secoli, ma, come sempre avviene in uno stato agonico, ha mutato volto. Da sempre allegoria e simbolo costituirono la prospettiva entro cui l’arte si realizza, l’artista compiva con le sue mani ciò che il suo pensiero aveva formulato. Se, come oggi avviene, l’operare dell’artista si riduce al solo pensiero, siamo di fronte a una incompletezza snaturante. Il percorso dell’arte è avvenuto dall’homo sapiens, attraverso l’homo faber fino all’homo aestheticus. L’artista non crea, semplicemente trasforma, assembla, costruisce. L’artista, il demiurgo, non ha altri poteri che la sensibilità formale e la capacità di realizzare il proprio pensiero. Utilizzando la propria epistemologia egli realizza l’ontologia. E’ forse eccessiva la narrazione che si realizzata intorno all’arte. Per Heidegger: “ L’arte è il mettersi in mostra della verità” . Ma ciò presuppone la risposta alla domanda: chi è l’artista? Da escludere che l’artista sia una sorta di unto del signore, ma semplicemente un demiurgo che dà forma alla materia. Per ciò stesso mette in mostra la verità? Cosa significa “verità”? Secondo Heidegger è l’essenza del vero. Ma cosa pensiamo quando diciamo “essenza”? Ecco dunque che il transito dalla forma alla parola, anziché aiutarci a capire crea un vuoto concettuale, ed è in questo vuoto che si è annidato il virus dell’arte contemporanea erodendo significati e cancellando forme in un progressivo allontanarsi dalla semplicità, verso un frammentarsi in una penosa autoreferenzialità. In questo percorso di funambolismo ideologico, irrompe la tecnica che sembra fornire una via d’uscita. In realtà è la mela avvelenata che aggrava la stato agonico. La paziente viene tenuta in vita, stimolata con allucinogeni, perché non è ancora chiaro chi è il beneficiario del suo testamento. I suoi rantoli sembrano allietare la mondanità cinica che la circonda. aaaaaaaaaaaaaaa11-aprile-2017

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Verità e post-verità  0

Su Robinson di Repubblica, c’è stato una specie di confronto tra Alessandro Baricco e Maurizio Ferraris, sulla post-verità. Il tema, sicuramente importante, è trattato, specie dal “filosofo” Ferraris, in modo inadeguato. Considerato che Ferraris, sfortunatamente, è docente di filosofia teoretica all’Università di Torino. Vale la pena rilevare che anche Baricco è torinese. Verrebbe da dire: o parliamo di verità o di filosofia. Sembra che gli intellettuali, come i politici, la verità non la cercano, la creano. Per Heidegger “la verità è l’essenza del vero”. Espressione vagamente tautologica. Forse il detto : la storia la scrivono i vincitori, potrebbe essere esteso alla cultura giornalistica e alle pubblicazioni di libri in generale. L’esempio più evidente è il sistema dell’arte creato dalla critica e dalla filosofia dell’arte. Gli artisti, per ignoranza e/o convenienza, si sono accodati, creando la più colossale truffa che la storia possa registrare. Se è vera l’affermazione: la verità rende liberi, non siamo mai stati tanto prigionieri della menzogna come in questo nostro tempo. Quando Karl Popper scrisse “La società aperta e i suoi nemici” , testo nel quale sferrava un duro attacco a Platone, forse non era ben consapevole di come si sarebbe evoluta la cosiddetta società “aperta” . Basta prestare attenzione al linguaggio dei politici. E’ di oggi la notizia che Marine La Pen ha copiato pari pari un discorso del suo avversario politico. Sentire i discorsi di Trump, Bergoglio, Hollande, Renzi, c’è di che inorridire. Quando Ferraris afferma che sul web circolano falsità e idiozie, dovrebbe essere invitato ad ampliare lo sguardo a giornali e libri, inclusi quelli che scrivono le sue allieve. Ferraris sostiene anche che una democrazia non può esistere senza una verità condivisa e che il miglior correttivo alla post-verità è la verità. Costui è docente in una città la cui Università ha conferito la laurea honoris causa al “filosofo” statunitense Danto. Gli USA hanno inquinato il pianeta con post-verità costruite negli studi di Sodoma- Hollywood. L’inquinamento è tale che due filosofi, Pascal Engel e Richard Rorty hanno sentito il bisogno di scrivere un libro dal titolo: “ A cosa serve la verità”. La nota domanda di Pilato: Cos’è la verità, è stata adeguata ai nostri tempi di consumismo, dunque ci chiediamo a cosa serve. Sicuramente le verità costruite da intellettuali e giornali collaterali al potere, serve a mantenere le masse all’oscurità dei molti crimini commessi dal potere. Ricordo che prima dell’invasione dell’Iraq ebbi uno scambio di e- mail con Piero Ostellino, allora vice direttore del Corriere della Sera. Io sostenevo l’assurdità di una guerra contro; l’Iraq, Ostellino, mi accusava di non capire il pericolo costituito dalle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam. Sappiamo come è andata a finire. 200.000 morti, distruzioni di un patrimonio culturale. Dopo di che non è cambiato nulla. Bush si gode la vita come Ostellino, come tutti i disonesti imbecilli responsabili del disastro. Questa è la civiltà nella quale ci tocca vivere. E’ dunque chiaro che disquisire di verità e di post- verità è un esercizio futile, o forse semplicemente un ulteriore strumento di distrazione di massa. aaaaaaaaaaaaaaaaaa--critico-d'arte

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Codici e fantasia.  0

Quando si affronta il tema dell’arte, inevitabilmente, ci si scontra con una serie di contraddizioni le cui implicazioni vengono solitamente trascurate o aggirate con il ricorso ad apodismi. Da un lato si usano espressioni come “ispirazione”, si sostiene che un oggetto di uso comune assume lo status artistico semplicemente in base alla scelta dell’artista che lo considera arte. D’altro lato sappiamo che ogni anno Accademie e scuole di varia natura rilasciamo la patente di “artista” a migliaia di persone. Sorge dunque la domanda: cosa significata essere artista oggi? Come si diventa artista? In astratto dovrebbe valere il principio della conoscenza che riguarda ogni attività professionale. Sappiamo però che, per una convenzione unanimemente accettata, l’arte non è soggetta a codificazione. Ergo, mentre medici, ingegneri, avvocati e tutte le altre categorie professionali, devono obbligatoriamente seguire determinate prassi . Per l’artista non esiste prassi, regola, codificazione,prevale il privilegio della “creatività”, espressione per altro non ben definita. Dunque l’artista non è soggetto a vincoli di sorta. Se tale principio poteva avere una qualche giustificazione quando l’arte seguiva determinate regole, una scuola, cioè fino verso alla fine dell’800, con l’avvento delle avanguardie l’epistemologia dell’arte non è stata modificata, ma semplicemente rimossa. Non esistono linee guida, prassi, indicazioni di stili che possano orientare, costituire riferimento all’operare dell’artista. Egli è assolutamente svincolato da tradizioni, metodologia, naturalismo. Nel ‘600 il livello culturale dei pittori era tale da consentire loro di esprimere nella pittura non solo elevati valori estetici, ma concetti di grande valore scientifico. Non era l’arte che imitava la scienza, come accade oggi, ma l’arte spesso anticipava la scienza. E’ il caso, del pittore Adam Elsheimer che a 32 anni realizzò l’opera “Fuga in Egitto” Nella tela vi è rappresenta una scena notturna nella quale la luna e le stelle sono collocate secondo i dettami delle ultime scoperte astronomiche, prima che la scienza confermasse la mappa delle stelle. Un bellissimo esempio d’intuizione. Altro esempio è costituito dall’opera di Ludovico Cardi,detto il Cingoli, amico e compagno di Galileo con il quale compì gli studi alla scuola di disegno di Firenze. Nella sua opera, il Cingoli, rappresenta l’Assunta, sullo sfondo è raffigurato un cielo con la luna non bianca e liscia come era stata rappresentata fino ad allora. La pittura della luna rappresentava solchi, rilievi, tutto quanto sarebbe stato scoperto anni dopo da Galileo Galilei, attraverso la osservazione con il telescopio Dunque ci fu un tempo in cui l’intuizione dell’artista e la sua conoscenza dei fenomeni era rappresentata nelle opere. Oggi non accade nulla di questo, anzi, l’ansia d’innovazione, unita a una buona dose di ignoranza, producono opere nelle quali è arduo trovare un significato che le giustifichi. Sicuramente le opere non esprimono lo stesso livello di innovazione e conoscenza come avveniva con frequenza con gli artisti dei secoli passati. newletter-25-aprile-2017

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Una certa idea di arte.  0

aaanewslettereUn tema interessante che riguarda l’arte ed aiuta a  conoscere  artisti e opere, è  lo stimolo originario che induce un artista  a denominare un opera. Come sceglie il titolo?  Quando Robert Rauschenberg, presenta una scopa come opera d’arte, prendendo alla lettera l’affermazione di Leo Castelli: “ se un artista mi porta una scopa io la vendo come opere d’arte”. Il quel caso il titolo è quanto meno superfluo. Forse tutta l’arte contemporanea non è che un espediente commerciale.  Jacques Derrida, come molti filosofi, si è interessato di arte. Nel 1979 scrisse: “ Penser à ne pas voir” Sottotitolo “ Ẻscrits sur les arts du visible”. Stranamente si occupò di artisti non particolarmente noti.  Il libro  è un dialogo tra il filosofo e gli artisti, a volte con l’intervento di una terza persona. In buona sostanza il libro, 387 pagine, è costituito da divagazioni per il gusto della parola una sorta di autocelebrazione del proprio pensiero. Tredici pagine con filo conduttore “Dessous” ,  parola ambigua dei molti significati, fondo, rovescio, parte inferiore retroscena, Biancheria intima. Nell’intreccio delle parole e del senso, c’è spazio per l’esaltazione del mercato e la promozione della Fondazione Maeght che ha pagato il suo intervento. Quando Derrida parla della rarità assoluta di un opera d’arte è chiaro che, ad essere gentili, dice una cosa inesatta. Non è necessario richiamarsi a Walter Benjamin e la sua nota tesi sulla perdita d’aura dell’opera d’arte in epoca di riproducibilità. Oggi siamo ben oltre. E’ vero che l’arte viene oggi feticizzata e sacralizzata oltre misura, ma questo non avviene per amore dell’arte ma per la speculazione sull’arte che oggi ha raggiunto livelli stratosferici. La rilettura critica della filosofia dell’arte ci porta a disarmanti considerazioni. Jacques Derida non s’inoltra nella filosofia del’arte, in 387 pagine gira intorno all’argomento  con un lettura  di opere di alcuni suoi amici, tra i quali Valerio Adami, lettura dalla quale non si ricavano lumi sui singoli artisti, tanto meno sull’arte in generale. Quando afferma che dovrebbe essere proibito descrive un quadro, è chiaro che contraddice se stesso. Considerata la statura filosofica che viene riconosciuta a Derride francamente c’è da trarre sconfortanti conclusioni .

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Obbedienza  0

L’etimologia della parola obbedienza deriva dal prefisso latino ob, significa dinnanzi, e il verbo audere, ascoltare. Non ubbidire significa innanzi tutto non ascoltare. Scrive Spinoza: “ l’uomo non è quasi mai un essere razionale, ma quasi sempre un animale dominato dalla passione e dalla paura che lo portano a compiere azioni che lo danneggiano. Occorre dunque che si stabilisca un potere terreno  in grado di dominare le passioni degli esseri umani attraverso prescrizioni che ne limitino l’aggressività reciproca”. E’ questa la ragione per cui  nel Tractatus , usa spesso il concetto chiave di obbedienza.  Nulla di diverso sosteneva Hobbes quando affermava la necessità dello Stato. Zabarella e Hobbes  avevano ravvisato alla base degli enunciati logici  messi in evidenza da Occam la necessità di disciplinare i comportamenti sociali. Declinare in senso positivo l’espressione “trasgressione” , denota innanzi tutto assenza di  razionalità, la capacità di valutare atti e fini. Quando parliamo di  trasgressione ci riferiamo innanzi tutta alla nostra libera scelta, non valutiamo con la necessaria chiarezza razionale le conseguenze  che anche  noi potremmo subire per comportamenti devianti altrui. Fatti di cronaca, subito dimenticati, dovrebbero far riflettere, essi costituiscono sintomi di una società nella quale prevale il miope interesse individuale. Antigone sembra essere oggi il modello sociale. Hobbes sottolinea la circostanza che la verità e la falsità sono proprietà del discorso, non delle cose. Mal interpretata questa affermazione potrebbe avere la  conseguenza che la menzogna rischia di diventare stabilmente parte della epistemologia sociale, portando con sè un graduale adattamento a  comportamenti privi di equità. Lucien Freud

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L’eunuco femmina.  0

La “Nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche ha il sottotitolo “Considerazioni inattuali”. In effetti le considerazione di Nietzsche fanno riferimento all’antica Grecia,  sono  un prologo. La vera tragedia, nascerà con l’avvento della modernità. La realizzazione  di strumenti sempre più sofisticati consentono di raggiungere un maggiore benessere materiale, ma   infondono un illusorio senso  di sicurezza, quasi  d’onnipotenza. Viviamo su un palcoscenico in cui è in scena, ininterrottamente, il teatro dell’assurdo. Le parole hanno perso significato. L’arte abbandona  mimesi  ed estetica,ed  esalta la produzione industriale. Giaconi & Lenz presentano “Farmacropoli” . Medicinali come opere d’arte. L’arte è esposta nei supermercati, anzi ,sono arte gli stessi supermercati. Manca la consapevolezza che cancellare la memoria storica equivale a cancellare la civiltà costruita attraverso   regole e comportamenti che limitano l’aggressività umana. L’evoluzione sociale e civile ha dato vita a  una parvenza di società basata su libertà e rispetto. Oggi non è più così. Secoli di cultura sono stati archiviati assumendo che la libertà individuale debba prevale su tutto. I nani non salgono più sulle spalle dei giganti, si credono giganti. Diceva Platone a proposito di Aristotele:” anche solo lodarlo non è permesso a chi è da poco”. Così anche l’arte oggi è ridotta a parodia,  maieutica  tramite la forma. Come dice un antico detto della  saggezza indiana: “Rosicchiare un corno di vacca  è inutile e accorcia la vita: ci si logora i denti e non se ne ricava alcun sugo”. E’ quanto accade. Siamo in presenza di una pleonastica  dilatazione di paranoie personali scavate nel vuoto di coscienze senza peso. I pasdaran del progresso, sono simili alla duchessa Delaforte, la quale. conversando con Madame di Staềl diceva:” devo confessarlo, mia cara amica, non trovo nessun altro che abbia sempre ragione, se non me”. Per un eunuco, “una donna vale l’altra”, diceva Nietzsche . Oggi siamo oltre. Germaine Greer nel 1970 pubblicò “L’Eunuco femminina” , sulla scia della rivoluzione femminista,  l’implicita ammissione che un maschio vale l’altro. Ci sono conquiste che si pagano più delle vittorie, come ben comprese Pirro e come presto sarà evidente a molti.   aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaEunuco

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L’arte tayloristica.  0

La dedica di Nietzsche di “Così parlò Zarathustra” , “Per tutti e per nessuno” è, secondo Herbert Marcuse, applicabile anche all’unità dell’arte. Forse dovremmo aggiornare le affermazioni di Marcuse in ragione dello snaturamento dell’arte e al progressivo inaridimento creativo sostituito dal massiccio ricorso agli ausili tecnici. La critica, che non fa il suo mestiere, ricorre a procedimenti assiologici, estranei alla ortodossia ed epistemologia dell’arte. Al termine dell’Introduzione alla “Per la critica dell’economia politica”, Marx afferma: “Ancora oggi l’arte dell’antica Grecia esercita su di noi un grande fascino”. Questa affermazione, ha lasciato perplessi molti intellettuali “progressisti”. La modernità raramente affronta i problemi di cultura, ma pone attenzione alla tecnica. I problemi che non sa chiarire preferisce archiviarli. L’ontologia dell’arte è in carattere con la realtà produttiva di tipo fordista, non più in uso nelle fabbriche. L’arte rientra a tutti gli effetti nella generalizzata produzione di merci. E’ stata applicata in modo estremo l’affermazione di Walter Benjamin sulla perdita di aurea dell’arte come conseguenza della produzione seriale. Perché le attuali produzioni non possono rientrare nella categoria ontologica dell’arte? Semplicemente perché, a differenza della scienza che deve protocollare ogni nuova scoperta in modo da rendere possibile l’attuazione ad altri scienziati dello stesso procedimento, l’arte è per definizione non codificabile. Anche quando la stessa opera viene ripetuta, non è mai esattamente uguale alla precedente. Salvo i casi dell’arte seriale, serigrafie, incisioni ecc. Ma in quel caso, è scontato che l’opera riprodotta abbia un valore inferiore all’originale. A parte il fatto che anche per realizzare incisioni e serigrafie è necessario saper creare un modello originale, oltre a conoscere la tecnica di riproduzione, salvo il caso, in cui, come faceva Warhol, si riproduca una riproduzione fotografica. La gran parte delle opere dell’arte contemporanea, specie se di grandi dimensioni , non vengono realizzate dall’artista, ma da tecnici i quali adottano procedimenti in cui sono coinvolti fonderie, tecnici elettronici ecc. L’artista si limita ad offrire un’idea e si esime dalla realizzazione. Il taylorismo produttivo consente una grande produzione e giustifica i cospicui investimenti in pubblicità & marketing che sono la cifra dell’arte contemporanea. E’ successo qualcosa di simile, come denuncia Matthew Arnold: con l’avvento della industria culturale, nata per promuovere la cultura di massa e naufragata nel crollo esponenziale del livello culturale generale. Il mercato dell’arte può permettersi oggi di assoldare intellettuali più o meno noti per pubblicizzare fiere ed eventi, tentando per questa via di conservare una pallida impronta culturale a una produzione artistica che con la cultura ha lo stesso proverbiale rapporto del diavolo con l’acqua santa. Diana-Arbus-20

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Nuovi approcci all’arte.  0

Domenica 15 gennaio 2017, Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, ha pubblicato una specie di forum tra direttori delle tre principali fiere dell’arte italiane. Due sono donne. Tutti hanno ricchi curricula in campo accademico e incarichi nelle istituzioni artistiche. Dunque, persone come si dice, qualificate. Sorge spontanea una domanda: qualificate per cosa? Forse semplicemente a svolgere il compito che svolgono abitualmente nei loro interventi sui media, vale a dire fungere da cassa di risonanza per il mercato? I curricula servono a dare un’impronta culturale alle fiere dell’arte? Ma non è solo questo. A destare preoccupazione, per chi ama l’arte, è la mentalità di questi “esperti”. Voglio citare un brano in cui, Ilaria Bonacossa, la direttrice di Artissima, esprime il suo pensiero: “ Gli artisti italiani hanno un rapporto, come dire, paralizzato con la classicità. Qualsiasi che abbia, che so, fatto l’accademia, è tenuto a conoscerla. Ho studiato negli Stati Uniti, dove gli studenti finiscono invece per conoscere la storia dell’arte a spot, seguendo un corso sul Rinascimento un altro sul Settecento mentre manca quello che c’è nel mezzo. Questo però da loro la possibilità di un approccio molto più libero, appropriandosi della storia dell’arte, specie di quella del dopoguerra, in modo decisamente più personale, informale. Può essere limitante, si possono prendere cantonate assolute, ma c’è più libertà nell’acquisizione della storia dell’arte, perché non è necessario sapere che prima di Botticelli c’è stato Giotto”. Mi scuso per questa lunga citazione che ritengo utile, a parte la prosa della “direttrice” un po’ così, per capire la mentalità di chi in qualche misura influisce su produzione e consumo dell’arte. In breve per la Bonacossa, non solo non è necessario studiare a fondo il nostro straordinario patrimonio culturale, ma il farlo diventa una sorta di handicap che ci svantaggia di fronte all’ignoranza degli studenti statunitensi. E’ a persone di questo genere che le istituzione affidano la direzione di Enti per l’arte. Traspare una sorta di servilismo culturale purtroppo molto diffuso tra i nostri intellettuali, nonostante la perdita totale di credibilità degli USA dopo le politiche criminali di questi ultimi decenni, continuano a vedere negli Stati Uniti un faro di democrazia, civiltà e cultura. Se a questo si aggiunge l’impronta femminista di matrice USA, abbiamo la cartina di tornasole per valutare le scelte delle “nuove” critiche d’arte”., ormai larga maggioranza. More solito, è sottinteso che la libertà è più importante della conoscenza. Durante i miei corsi alla Pepperdine University a Malibù, CA, ho avuto impressioni diametralmente opposte a quella di Bonacossa. Gli studenti vorrebbero essere guidati alla conoscenza, sono interessati a conoscere a “fondo”, non per spot, la storia dell’arte che in larga misura coincide con la storia del nostro paese. Purtroppo in USA, e non solo, prevalgono soggetti come Arthur C. Danto e George Dickie, seguiti pedissequamente dalla critica europea e da queste nuove leve ai vertici delle istituzioni dell’arte. Il mercato dell’arte è esploso perché la finanza statunitense ha intravisto la possibilità di speculazioni milionarie. Dopo che la merda è diventata oggetto d’arte era inevitabile l’archiviazione del detto:”Il denaro è lo sterco del diavolo” . Dunque, la strada è tracciata. Il percorso produzione – consumo ha il pieno avvallo di chi domina il mondo dell’arte. aaaaaaaaaa-CXON-QUESTO-SEGNO-VINCERIAI

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Arte, produzione, consumo.  0

Se per Nietzsche, agli inizi, il nemico principale era il commediante, per Platone era il mago, lo stregone, l’uomo della metamorfosi, colui che mutava aspetto. Platone aborriva la mutevolezza. Gli egizi avevano una propensione alla statica, era il loro modo per sfuggire alla inevitabile precarietà dell’esistenza. Secoli dopo Kierkegaard esprimeva l’elogio della ripetizione. La nostra epoca è invece ossessionata dall’ansia del nuovo a prescindere da valori e significati possibili. Prevale la ricerca del ludico, in contrasto con una realtà sempre più drammatica. L’arte è gioco. Prediamo sul serio i giocattoli perché non sappiamo cos’è serio e perchè siamo giocattoli noi stessi. Un dipinto si può osservare in molti modi: come rappresentazione di qualcosa che appartiene al mondo o come rappresentazione di qualcosa di invisibile. Comunque lo si voglia definire in entrambi i casi l’opera d’arte appartiene alla mimesi, imitazione che trascende la realtà per dare forma alla sensibilità della quale l’artista fa dono al mondo. Plotino distingueva con nettezza le due visioni. Se un dipinto si riconosce nel sensibile dell’imitazione nasce il pathos , l’emozione che si manifesta in un processo interno a chi guarda. Ma oggi è ancora così? Vi era una cultura popolare abbastanza diffusa che vedeva nell’arte romanica un’arte ingenua, al contrario dell’arte Gotica che si assumeva fosse stata inventata dai teologi. Ma in sostanza l’approccio all’arte, anche se non soprattutto, in epoca di bassa scolarizzazione delle masse, era di carattere contemplativo. Un’arte destinata a raccontare la storia e nutrire l’immaginario. Le sculture romaniche contenevano tracce di rappresentazioni simboliche della storia e del mito. L’elaborazione dei segni equivaleva ad elaborare un linguaggio la cui lettura era resa possibile a diversi livelli. A volte poteva dare l’impressione di una certa rozzezza , di infantilismo grafico che dava forme elementari a pensieri elevati. Inizia dal Gotico la marcia verso ciò che viene chiamato realismo nell’arte figurativa. Si manifesta il dispiegamento di un’abilità manuale che andrà perdendosi, scivolando nella maniera che consiste essenzialmente nel far bene cose delle quali sfugge il significato. Se consideriamo in un’ottica più generale, come chiarisce la bio -fisiologia sull’inevitabile degrado di tutto ciò che vive, la vitalità dell’arte non fa eccezione. Dopo avere raggiunto l’apice nel Rinascimento inizia un percorso di degradazione che consiste in primo luogo nell’ignoranza del significato del proprio agire. Con il prorompente sviluppo del mercato, sarà inevitabile passare il testimone alle classi e ai luoghi in cui il mercato maggiormente prospera. Amstedam, Londra, Parigi, New York approdo inevitabile alla Factory, fabbrica dell’arte che si avvale dei media per propagandare la propria produzione. Siamo ai giorni nostri . aaaaaaaaaaaDali

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