Post by Category : Conversazioni sull’Arte

Lo spirito dell’arte.  0

Quanto può far pensare la difficoltà che lo spirito dell’arte resti sostanzialmente identico attraverso le più profonde rettifiche è dato dal fatto che nel pensiero dell’arte non si considera nel giusto valore la funzione sociale. E’ stato ripetuto infinite volte che l’arte è un linguaggio, un mezzo di espressione che ci siamo abituati a considerare come utensile a disposizione di una ragione paziente. In realtà non ne siamo padroni,nel senso,che la comprensione è resa complessa dalle infinite ermeneutiche più o meno motivate. Le idee che l’arte tenta di trasmettere articolando la forma del reale o creando immaginarie realtà, è preceduta, si suppone, dall’articolazione del pensiero soggetto alla segmentazione, non sempre consapevole di stesso. All’origine il segno poteva avere un significato che rifletteva la magia  spirituale dell’atto evocativo. E’ questo il fascino delle  le prime immagini grafite sui muri delle caverne, la loro forza suggestiva nel costituirsi in narrazione tra reale e immaginario. Oggi il significato dell’arte non ha nulla di magico, ma è affidato a teorie ermeneutiche inutilmente complesse, spesso prive di costrutto logico formale. Per esempio, ammettendo che l’idea di astrazione sia un’idea semplice,chiara,  si può dire che le espressioni artistiche non fanno che richiamarsi a particolari colori senza forma e senza significato. Tutto è giustificato con l’apodittica tesi che l’intuizione primaria dell’artista giustifica gesto e forma. Le  nuove teorie non tengono in nessun conto lo spirito dell’arte e si allontanano da ogni residua ingenuità. L’insieme della produzione artistica  è diventata, in un certo senso, più omogenea, interamente presente nel conformismo della prevalenza, senza  impegno reale nella ricerca di originalità formale. L’espressione formale non è comprensibile in se stessa, ma piuttosto in quanto aderente al conformismo diffuso. E’ assente lo sforzo che costituisce la ricerca dell’espressione, la sola che permette la realizzazione di un fenomeno artistico compiuto. Non si può trasmettere alcuna conoscenza senza la padronanza e originalità dello strumento della comunicazione. Se volessimo situarci sistematicamente dal punto di vista psicologico,non potrebbe sfuggirci la reazione dello strumento dell’arte il cui artefice ignora la stessa funzione della propria azione. Appare chiaro allora che l’uomo artista sostituisce l’uomo faber senza che la sua azione abbia nessuna tensione e sappia utilizzare in modo adeguato lo strumento tensoriale. Egli  è un mirabile operatore di generalità acquisite nel maneggiare nuove possibilità tecniche. Manca  il pensiero frutto di esperienze compiute nella fatica del confronto, rifiutando la scorciatoia di una simbologia artificiosamente costruita in adeguamento al mainstream corrente. La nuova arte relativistica si esprime in un unico simbolo il cui significato designa mille caratteri di una realtà banalizzata da superficialità e ripetizione, nascosta al pensiero legato a un programma di esperienze da realizzare cercando i simboli che uniscono il possibile. Per creare potremmo forse sbloccare le immagini di Mallarmè la loro lunghezza d’ispirazione, l’accento Vergine si pensa come qualcosa che avrebbe potuto essere, senza mai trascurare idealmente nessuna delle possibilità che volano intorno alla figura artistica e appartengono all’originale anche contro la verosimiglianza.

Gotico americano - 500

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La luce, tra arte e scienza.  0

Dobbiamo ammettere che il senso comune spesso è fallace. Lo dimostra, tra l’altro,l’esame della riflessione luminosa. L’idea della riflessione così chiara nella impressione apparente, risulta poi complessa se entriamo nello specifico ed esaminiamo la sostanza dell’irradiamento luminoso. E’ facile cogliere in questo esempio l’inefficacia epistemologia delle idee semplici del tipo cartesiano, quando queste idee siano attinte  da una intuizione immediata nella quale sono prevalenti gli insegnamenti dell’esperienza relativi alla geometria elementare. L’esperimento comune dello specchio, a cui si riferisce Bachelard nel libro “Il nuovo spirito scientifico” è a prima vista così semplice chiaro distinto,così geometrico da potersi situare alla base della condotta artistica, dello stile medesimo che caratterizza la mentalità dell’artista e, forse, in misura minore, anche della persona comune. E’ stata mostrata la grande superiorità del bambino il quale non ha esperienza alcuna, eppure comprende quasi sempre il significato dell’azione che compie, mentre il cane, intanto non accumula sapere e certo non sa servirsi dell’esperienza. Lo schema di pensiero artistico è tanto primitivo da sembrare difficilmente analizzabile dal punto di vista psicologico. Così gli esordienti si stupiscono spesso per l’insistenza del docente che suggerisce di accompagnare l’atto con attenta riflessione. Oggi la pittura è parte residuale dell’arte, forse per questo quasi sempre l’artista trascura o ignora che la luce è corpo e sostanza della pittura. E’ curioso come ben prima dell’arte la scienza abbia affrontato il problema dell’azzurro del cielo, del firmamento, dei reali ostacoli posti alla necessità di capire come si forma. C’è chi  ha sostenuto che l’aria in strati sottili non è azzurra mentre in strati più profondi diventa azzurra Questa è una delle tante intuizioni smentite dalla scienza. L’azzurro è anche interpretato matematicamente ed è stato, abbiamo detto,tema del pensiero scientifico del quale non è possibile esagerare l’importanza. D’altra parte nell’arte non sembra che la realtà sia molto presente nella sua forma fenomenica, questo non significa ritrarre manici di scopa o omini tristi in una stanza di albergo. La realtà non è così determinante per il nuovo spirito dell’arte che si dissolve in frammenti tecnici. Alcuni secoli fa il cielo stellato che ci sovrasta era oggetto di attrazione e fascino. Oggi esaminiamo il fenomeno luminoso, il cielo e altre realtà senza avere la capacità di opporci al piatto schematismo che   induce al conformismo. Non siamo in grado di tentare, attraverso il pensiero razionale e creativo, di affrontare i concetti che sono sintesi delle esperienze e rettificano le osservazioni superficiali. La somma di esperienza, ragione e creatività sono gli ingredienti indispensabili per realizzare un’opera d’arte che abbia forma e significato. L’epistemologia dell’arte, se compresa, aiuta a meglio educare la psicologia del linguaggio artistico collocando l’azione nella giusta dimensione spazio-tempo. Quale poeta ci darà la metafora di questo nuovo linguaggio dell’arte? In che modo arriveremo a rappresentarci l’associazione del temporale con il  senso culturale e storico? Quale visione Suprema dell’Armonia ci permetterà di conciliare la ripetizione nel tempo della simmetria dello spazio del quale l’opera occupa un frammento, ma il cui significato si espande nello spazio mentale di chi osserva?  Sono aspetti estremamente interessanti. Quando l’artista si propone di rappresentare qualcosa di universale, dovrebbe forse meglio meditare.

Test dello specchio-500

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Natura dell’artista, natura dell’arte.  0

Ipotizzare che il pensiero geometrico sia l’essenza stessa della ragione umana, come sostiene Bachelard,  è una forzatura che non tiene conto che la ragione agisce in molti campi, si attua in molti modi a prescindere dal pensiero geometrico. Limitando il discorso al campo dell’arte plastica appare chiaro che gli artisti contemporanei anziché approfondire la parte scientifica dell’arte affrontata da maestri come Piero Della Francesca, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, hanno, per così dire, capovolto il tavolo e cancellato secoli di storia dell’arte. Non hanno certo approfondito le teorie di Euclide, tanto meno la rielaborazione in chiave eretica della geometria fatta da Lobatchewsky. Eppure la geometria ha un ruolo importante nella disciplina artistica.  L’artista si orienta in quanto condizionato da fattori diversi mai stati analizzati  profondamente, come spesso accade, seppelliti sotto cumuli di speciose elaborazioni teoriche. Ci si potrebbe chiedere: tutti possono fare gli artisti? Ma tutti sono artisti? Qui entriamo nell’antro oscuro delle forzature culturali suggerite o imposte anche dalla ideologia; in primis dal dall’idea di uguaglianza contro il quale si scaglia Nietzsche, il supporto ipocrita di  una società di disuguali,non scalfito da Max Stirner con il suo voluminoso libro “ L’unico e la sua proprietà”. Neppure la sociologia dell’arte ha affrontato il tema. Arnold Hauser nei due volumi  “Storia sociale dell’arte” pubblicati da Einaudi nel 1956 tratta la collocazione dell’arte nella società ma non approfondisce l’ontologia dell’artista, la sua attenzione si concentra solo sul tema dell’arte nella società. L’individuo artista è condizionato dalla società in cui nasce, dalla cultura che lo forma. L’esame di questi aspetti può aiutare a capire la genesi culturale  dell’arte statunitense. Gli studiosi danno grande importanza al contesto relativo dell’arte africana, asiatica, cinese,per l’arte degli stati uniti si presume  sia una branca della cultura europea. Cos’ non è, le differenze tra le due realtà culturali sono molte. La giovane nazione americana, non avendo un background storico artistico paragonabile a quello dell’Europa, ha dovuto inventarsi riferimenti e schemi culturali propri. Questo ci riporta quanto abbiamo scritto sopra, cioè alla  indeterminata natura dell’artista e quindi dell’arte. Su questo  snodo ha fatto perno una certa cultura per sviluppare teorie ancipiti. Filosofi e critici dell’arte statunitensi hanno creato veri e propri anacoluti concettuali poi supportati dalla potenza politica, economica e dal patriottismo americano. La città di New York, la più europea delle città americane,  ha costituito il crogiuolo nel quale è avvenuta la commistione tra le avanguardie europee e la cultura americana. Non dobbiamo dimenticare che Duchamp e molti altri artisti europei, russi e di altre realtà culturali hanno trovato entusiastica accoglienza in America. Aline B. Saarinen nel libro “I grandi collezionisti americani” affronta il tema. Come sostiene György Lukàcs: “l’arte non basta a se stessa”, ignorando questa indicazione è soprattutto la cultura americana  ha incrementato il kitsch nell’arte, ormai accettato ed esaltato perché, come scrive Hartmann “ l’uomo contemporanea ama il kitsch, compra il kitsch, perché è kitsch”.Questo è quindi l’inevitabile approdo della nostra civiltà con cultura artistica approssimativa  a cui fa riscontro un consumo compulsivo.

de Chirico Nietzsche -500

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Manualità e pensiero.  0

I due momenti dell’arte, nel suo farsi e nel linguaggio che la esprime, non sempre coincidono. Renato Boccali  da anni svolge attente ricerche sulla estetica delle immagini in Gaston Bachelard. Nel 2012 ha pubblicato “L’éthique et la main”. Libro estremamente interessante che affronta  il rapporto tra etica ed arte. Il tema della manualità è stato affrontato in modo scientifico più ampio da Leroi-Gourhan in “Il gesto e la parola” , due volumi pubblicati da Einaudi nel 1964. Il libro traccia un percorso storico e scientifico sulla manualità, la mano protagonista dello sviluppo della civiltà, guidata dall’intelletto e dal sapere, forma, costruisce, crea, il gesto creativo è la sintesi di manualità e pensiero. Oggi la  tecnica tende a sostituire la mano nel lavoro e nell’arte. La manualità è stata per millenni base della creazione artistica, oggi è apertamente rifiutata dagli artisti che si servono di tecniche  industriali, in particolare gli artisti statunitensi  fanno da tempo largo uso della riproducibilità e produzione industriale. D’altra parte  realizzare per parallelepipedi di ferro di grandi dimensioni non c’è altro modo se non i sistemi dell’industria. Carl Andre, Claes Oldemburg, Walter De Maria, Richard Serra sono alcuni degli artisti che usano tali sistemi di produzione. Altri  artisti si affidano alle nuove tecnologie, creano ambienti con effetti speciali simili a quelli che vediamo nei film. L’artista surrealista svedese Erik Johansson presentò una mostra nella quale realizzò una sorta di sole artificiale, dimostrando abilità tecnica notevole. Bill Viola rielabora la proiezione di capolavori del passato e crea immagini che proietta con effetti suggestivi. Con l’avvento della intelligenza artificiale anche il cervello umano è costretto a cimentarsi con nuove sfide. Lo racconta   Marcus Du Sautoy nel libro: “Codice della creatività”. Tutti questi rivolgimenti hanno una ricaduta nella realtà antropologica perché modificano l’approccio culturale delle masse e incidono sull’ Etica per una pluralità di ragioni. Compito dell’artista non è mostrare il reale, ma dimostrarlo. La produzione manuale, in generale lenta, permette che azione e riflessione vadano di pari passo. La riflessione comporta un più diretto coinvolgimento emotivo nella creazione, gli intervalli del pensiero scanditi dal gesto implicano emozioni che la fredda  tecnologia non favorisce. La  conseguenza dell’uso della tecnologia è il prendere forma di una epistemologia antitetica al tradizionale processo creativo dell’arte. Si attiva un meccanismo mentale che a lungo andare produce  una lenta graduale disumanizzazione e determina una sorta di neutralizzazione emotiva. Questo processo è visibile nell’arte plastica, ma molto di più nel cinema. Nella produzione cinematografica un posto di primo piano è occupato dalla  realtà virtuale, personaggi virtuali creati  in laboratorio sono i protagonisti dei film. C’è da osservare che  tale processo ha avuto inizio con i fumetti che hanno abituato i ragazzi ad appassionarsi a personaggi immaginari creati dalla matita del fumettista e  diventati veri e propri eroi nell’immaginario collettivo, non solo degli adolescenti. Anche Edward O. Wilson  affronta il tema della creazione artistica con il libro: “Le origini della creatività”, pubblicato nel 2017. Egli parte dai primordi quando i nostri antenati con grande abilità costruivano flauti utilizzando le ossa di uccelli. Con Homo habilis, 2,3 milioni di anni fa, ebbe inizio la brusca svolta della nostra specie. Ma questa è tutta un’altra storia.

immagine di mani- 500

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Parole come nuvole.  0

Da bambino, come tutti i bambini, spesso alzavo gli occhi al cielo e osservavo le nuvole alle quali, con la mia fantasia davo forme e significati. Vedevo angeli, giganti, cavalli al galoppo. Quando il cielo era coperto da nubi nere, immaginavo che le nubi bianchi  lottassero  per riemergere e il cielo libero desse spazio al sole. Crescendo ho imparato che,come le nuvole anche delle parole vengono fatti molti usi. Parole volgari, offensive, rozze. La poesia colpisce la realtà come un ariete, con parole carezzevoli o graffianti apre spiragli dai quali fare entrare la fantasia, il sogno, o più prosaicamente una realtà che non vediamo. La composizione poetica è sempre più eloquente di qualunque narrazione. Thomas Stearns Eliot nei “Quattro quartetti”. Scrive:“ Passi echeggiano nella memoria, in quel corridoio che non percorremmo, verso quella porta che non aprimmo mai”. Baudelaire tentò tutta la vita di ampliare i confini della sua umana pochezza. Fu il primo critico dell’arte e riesumò la sua confusa coscienza in “Les fleurs du mal”. “Come il corpo pesca raffinati amori dei quali non è mai sazia”. Friedrich Nietzsche in “Così parlo Zarathustra” scrive: “ I poeti mentono troppo” . Ma poi aggiunge: “  Non è possibile rispondere peggio di quando si dice la verità”. Forse per questo il grande poeta Ezra Pound fu dichiarato pazzo e rinchiuso in manicomio. Egli scriveva: “ Tempus loquendi. Tempus tacendi” . Se la poesia è pura, raramente i poeti hanno l’anima e il cuore tersi. Arthur Rimbaud un uomo dalla vita travagliata e indegna che scrisse in gioventù, prima di far commercio di schiavi, poesie sublimi dalle quali trasparivano le sue voglie. “Oh! Così essere nudi, cercare gioia e riposo, / Con la fronte rivolta alla parte gloriosa, / E insieme liberi mormorare singhiozzi?”. Anche i poeti si trovano a dover affrontare il dolore. Oscar Wilde fu condannato al carcere per omosessualità, altri tempi, oggi la sodomia è un vanto. Chiuso nel carcere di Reading , compose “ La ballata del carcere di Reading”. Egli scrisse: “ Eppure ogni uomo uccide ciò che ama….” . Le parole fanno sanguinare, sono al servizio dell’inganno molto più che della poesia, e nella loro abbondanza non è contenuta la risposta alla domanda di Ponzio Pilato: “Cos’è la verità?”.  Come gli spruzzi di una cascata impetuosa si succedono fulminei e si disperdono, mentre l’arcobaleno che da quegli spruzzi  è generato, resta immobile nel cielo. La poesia e l’arte vanno oltre agli artisti e lasciano una traccia di speranza che altri potranno seguire.       Immagine di parole e nuvole

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Ansia antropologica spesso deleritante.  0

Nell’ansia antropologica che ci spinge continuamente a celebrare noi stessi, nonostante gli immani disastri  che la nostra specie ha provocato nel pianeta, non riusciamo a cogliere  la natura dei cambiamenti ai quali siamo soggetti. La scuola di massa ha, per certi versi, aggravato la situazione,diffondendo una pseudo cultura in base alla quale tutti hanno diritto di esprimere le proprie opinioni anche se non motivate o frutto di  spurie teorie fondate per lo più su un esasperato solipsismo che può contare su giustificazioni teoriche basate sul principio di libertà.  Letteratura, arte, politica, sono il portato di questa approssimazione culturale inquinata dalla globalizzazione e da una velleitaria pretesa di uguaglianza che si traduce in un progressivo livellamento verso il basso di ogni attività umana. La I.A.  ha aggravato la situazione demandando ad automatismi  tecnico matematici molte attività e decisioni. Il sistema finanziario, dal quale dipende il benessere di milioni di persone,  è in larga misura affidato a logaritmi. L’arte ha rinunciato da tempo alla manualità che dovrebbe essere una caratteristica della produzione artistica.  Al progresso della tecnica si associa una certa idea sociale della libertà e dei diritti individuali. La femminilizzazione della società ha una parte non secondaria nello stato della società attuale. Tutto si basa su stereotipi culturali diffusi. Masse etero dirette inconsapevoli delle loro azioni costituiscono la realtà sociale di oggi. Come è stato scritto, se una pietra che cade per il principio di gravità pensasse riterrebbe  di cadere per propria volontà. Nessuno meglio di Shakespeare con la forza della poesia ha affrontato il problema costituito dalla difficoltà di prendere decisioni. Scrive Schopenhauer: “Per una mente debole il pensiero è altrettanto faticoso quanto lo è per un braccio debole sollevare un peso”. Vi è una forza della natura che prescinde dal pensiero e condiziona l’agire umano; Platone e Aristotele hanno affrontato  sotto il profilo filosofico la capacità umana di autodeterminarsi. La questione del libero arbitrio ha occupato le acute menti dei filosofi senza approdare a nulla. Goethe, in “Le affinità elettive”  tratta il tema della attrazione che condiziona la volontà. Egli si serve della metafora degli elementi chimici,  processo naturale,   e mette a confronto con quanto avviene tra esseri umani. Anche per individui intellettualmente dotati  è difficile sottrarsi al dominio delle passioni. Hume sosteneva che la ragione è al servizio delle passioni. In realtà la ragione, essendo un fragile processo del pensiero, soccombe sotto la pressione degli istinti animali primari. Questo avviene per l’aggressività, che nei casi estremi porta alle guerre, avviene nella sessualità, ed anche è stimolo all’egoismo.

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Genialità e melanconia,  0

Vi sono molti aspetti controversi nella filosofia di Schopenhauer, a partire dall’idea guida che assegna alla volontà la base stessa della realtà in divenire. Non essendo possibile qui affrontare per esteso questo tema, mi limiterò all’esame della definizione che il filosofo dà della intuizione. Schopenhauer sostiene che l’atto creativo si attua nel momento in cui l’intelletto si libera della volontà e agisce intuitivamente. In breve assegna all’intuizione l’unica modalità di creazione artistica. Tale ipotesi collide  con una quantità di fattori. Innanzi tutto limita, ovvero non considera, la fondamentale funzione della epistemologia dell’arte, non considera cioè il know how, indispensabile all’artista, in cui sono comprese le conoscenze tecniche e la cultura che guida nella scelta e realizzazione delle opere. Raffaello Sanzio non avrebbe mai dipinto “La scuola di Atene” senza la guida di colti prelati. Di suo, seppe utilizzare al meglio  una tecnica sapiente. La tecnica è essenziale per realizzare un’opera d’arte. Oggi che nei licei e nelle accademie questo insegnamento viene trascurato, ci ritroviamo con artisti che si affidano a strumenti tecnologici per creare opere che sembrano fare il verso alla realtà virtuale. Ben lungi dalla vera arte. Pensiamo al perfezionamento della prospettiva del grande artista rinascimentale Piero della Francesca, oppure alla scoperta della pittura a olio che il Vasari attribuisce a Jan van Eyck e che ha permesso una nuova prodigiosa maniera del  colorire. Queste conoscenze non possono essere attribuite al pensiero intuitivo, ma vanno ascritte a studio, esperienza e ragione. Vi è nell’atto creativo un momento imponderabile che può definirsi intuitivo. Ma anche l’intuizione nasce da un humus fatto di  sedimentato sapere.

Una persona priva di preparazione tecnica e di quel particolare genere di  sensibilità che nasce dalla conoscenza, molto difficilmente produrrà un’opera che possa essere definita arte.  Purtroppo nell’accanimento contro culturale iniziato all’inizio del secolo scorso  si è voluto azzerare, spesso parodiandoli, 2000 anni di storia dell’arte. Pensiamo all’art brut di Dubuffet, al profluvio dell’arte cosiddetta naif, per non parlare delle opere dei Dada, Fluxus, e tutta una serie di cosiddette correnti artistiche la cui velleità ha purtroppo trovato accoglienza tra gli squilionari, specie statunitensi, con inevitabile approdo nei musei. Il paradosso è che non solo certa pseudo arte è stata celebrata nei musei, ma gli artisti che l’hanno prodotta sono stati, in non pochi casi, considerati geni. Dovremmo addentraci sulla definizione dell’individualità e della melanconia prodotta dalla solitudine del genio che, come già aveva rilevato Aristotele  “ omnes ingenios melancholicos esse” secondo la lettura di Cicerone. Qui entreremmo in altro ambito legato alle forzature di una società che non sapendo elevarsi abbassa tutto al proprio livello. Siamo circondati da Sancio Panza che si credono Carlo V.

Piergiorgio Firinu Leonardo_Da_Vinci 500

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La difficoltà delle scelte, tra ragione ed emozione.  0

Nell’ansia antropologica che ci spinge continuamente a celebrare noi stessi, nonostante gli immani disastri  che la nostra specie ha provocato nel pianeta, non riusciamo a cogliere  la natura dei cambiamenti ai quali siamo soggetti. La scuola di massa ha, per certi versi, aggravato la situazione,diffondendo una pseudo cultura in base alla quale tutti hanno diritto di esprimere le proprie opinioni anche se non motivate o frutto di  spurie teorie fondate per lo più su un esasperato solipsismo che può contare su giustificazioni teoriche basate sul principio di libertà.  Letteratura, arte, politica, sono il portato di questa approssimazione culturale inquinata dalla globalizzazione e da una velleitaria pretesa di uguaglianza che si traduce in un progressivo livellamento verso il basso di ogni attività umana. La I.A.  ha aggravato la situazione demandando ad automatismi  tecnico matematici molte attività e decisioni. Il sistema finanziario, dal quale dipende il benessere di milioni di persone,  è in larga misura affidato a logaritmi. L’arte ha rinunciato da tempo alla manualità che dovrebbe essere una caratteristica della produzione artistica.  Al progresso della tecnica si associa una certa idea sociale della libertà e dei diritti individuali. La femminilizzazione della società ha una parte non secondaria nello stato della società attuale. Tutto si basa su stereotipi culturali diffusi. Masse etero dirette inconsapevoli delle loro azioni costituiscono la realtà sociale di oggi. Come è stato scritto, se una pietra che cade per il principio di gravità pensasse riterrebbe  di cadere per propria volontà. Nessuno meglio di Shakespeare con la forza della poesia ha affrontato il problema costituito dalla difficoltà di prendere decisioni. Scrive Schopenhauer: “Per una mente debole il pensiero è altrettanto faticoso quanto lo è per un braccio debole sollevare un peso”. Vi è una forza della natura che prescinde dal pensiero e condiziona l’agire umano; Platone e Aristotele hanno affrontato  sotto il profilo filosofico la capacità umana di autodeterminarsi. La questione del libero arbitrio ha occupato le acute menti dei filosofi senza approdare a nulla. Goethe, in “Le affinità elettive”  tratta il tema della attrazione che condiziona la volontà. Egli si serve della metafora degli elementi chimici,  processo naturale,   e mette a confronto con quanto avviene tra esseri umani. Anche per individui intellettualmente dotati  è difficile sottrarsi al dominio delle passioni. Hume sosteneva che la ragione è al servizio delle passioni. In realtà la ragione, essendo un fragile processo del pensiero, soccombe sotto la pressione degli istinti animali primari. Questo avviene per l’aggressività, che nei casi estremi porta alle guerre, avviene nella sessualità, ed anche è stimolo all’egoismo.      Mirò per newsletter 20 marzo 500

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Filosofia della felicità.  0

La “felicità” è uno dei temi affrontati dalla filosofia, uno dei tanti che non ha trovato una definizione, un senso, che possa essere condiviso.  L’arte evidenzia la difficoltà di esprimere un’ idea di felicità perché la raffigurazione è necessariamente legata al corpo umano con i suoi limiti. L’impossibilità di definire ed esprimere la felicità consiste nella frammentarietà temporale. Il “ carpe diem” di Orazio. Per Schopenhauer  la felicità è negativa. E’ l’idea già espressa da Erodoto: “ Non c’è mai stato al mondo uomo che non si sia augurato di non vedere l’indomani”. Vale anche per i grandi intellettuali l’affermazione: “Quot capita, tot sententiae” .  C’è chi, come Locke ,  lega la felicità al rispetto delle regole morali all’interno del circolo delle relazioni.L’amante che tradisce svilisce se stessa e offende l’amato. La più semplice definizione della felicità è “non aver bisogno di nulla se non di se stessi”. Il problema è che per raggiungere questo stadio di autonomia sarebbe necessario possedere una notevole quantità di stoicismo o di cinismo. Diogene arringava la folla gridando “Ehi, uomini!”, e , all’accorrere di molti, li respinge sprezzante “Uomini chiamai, non canaglie” . Epitteto considerava Diogene, insieme a Socrate, il suo modello di riferimento. Epicuro insegnava che il piacere è ridotto a ben piccola cosa, ma di questa piccola cosa finiamo per essere schiavi. Per crearsi  un alibi gli umani hanno inventato la parole “amore” che, quando si riferisce al rapporto tra i sessi,  è un altro modo di definire l’attrazione sessuale. E’ di pochi  l’incapacità di resistere alle pulsioni del corpo. In non poche donne vi è un aumento in misura morbosa dell’istinto sessuale che si configura come  “ninfomania”.  Gassendi  sostiene a chiare lettere che l’amore è connesso strutturalmente al piacere. E’ infatti le teorie di Platone sull’amore, il cosiddetto “amore platonico” , non hanno trovato e non trovano molto seguito. Non diversa sorte ebbero le teorie di Plotino secondo cui : “ Lo stato felice consiste esclusivamente nella capacità contemplativa”. Non è chiaro come e perché i filosofi costruiscono teorie che sembrano dimenticare che l’uomo è un animale generalmente incapace di tenere a bada i propri impulsi, se si escludono rarissime eccezioni di persone che hanno raggiunto il dominio di se stessi. Senza indulgere al pessimismo di Schopenhauer , non c’è dubbio che la felicità è per tutti gli umani molto più rara di quanto lo siano i momenti di sconforto e di dolore. Alla radice c’è sicuramente l’incapacità di auto dominio,  di indirizzare le proprie energie mentali verso obiettivi capaci di dare senso alla propria vita. Se è vero che l’arte non riesce a raffigurare la felicità, è altrettanto vero che le biografie degli artisti sono le narrazioni di incontinenza e squilibrio tali da spiegare perché la felicità non è compagna dell’arte.Fluxus122.jpg-500

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Linguaggio confine del mondo.  0

Scriveva Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Oggi il linguaggio è meticcio, in assenza di cultura ci si affida alla casualità  delle parole. La bontà, la malvagità, la slealtà tutto ciò che si è soliti intendere con il termine “indole”, oggi ha perso significato. Consideriamo la parola “cuore” alla quale ci si richiama in modo retorico e falso, esattamente come la parola amore usata disinvoltamente. In un epoca in cui prevale l’ideologia femministoide. Si cita spesso il cuore inteso come concretezza e verità. Duro di cuore, la cosa mi sta a cuore, mi viene dal cuore, è stato per me un colpo al cuore, il mio cuore sanguina. Chi può leggere nel cuore di una persona? E’ qualcosa che strappa il cuore. Mi spezza il cuore. Potremmo continuare elenco truismi insinceri che si riferiscono al cuore. Le questione relative alla relazione sentimentale tra due persone si chiamano “affari di cuore” , quando in realtà a prevalere è l’attrazione sessuale. Bayron nel “Don Jauan” fa una satira delle donne per le quali le relazioni sono sempre questione di cuore. Spesso il cuore è posto in contrapposizione alla testa. La testa caratterizza la conoscenza. All’Accademia di San Luca a Roma fu conservato il cranio di Raffaello Sanzio fino a quando  si scopi che era un falso. A Stoccolma fu venduto all’asta il cranio di Cartesio. L’umanità e sempre alla ricerca di simboli in grado di gratificare il nostro incontenibile antropocentrismo che c’impedisce di vedere il nostri limiti. Il linguaggio è il principale strumento dell’inganno con quale creiamo finzioni che finiscono per apparire reali. Quante volte si pronunciano le frasi: ti amo con tutto il cuore. Ti amo più di ogni cosa al mondo. Prigionieri del nostro stesso mentire ci ritroviamo in un angosciante vuoto di sentimenti senza poesia. Anche il linguaggio dell’arte riflette questa realtà nella quale galleggiano solitudini alla deriva che si rassegnano agli effimeri piaceri del corpo.     prospettiva 2 500

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