Post by Category : arte e cultura

Genialità e melanconia,  0

Vi sono molti aspetti controversi nella filosofia di Schopenhauer, a partire dall’idea guida che assegna alla volontà la base stessa della realtà in divenire. Non essendo possibile qui affrontare per esteso questo tema, mi limiterò all’esame della definizione che il filosofo dà della intuizione. Schopenhauer sostiene che l’atto creativo si attua nel momento in cui l’intelletto si libera della volontà e agisce intuitivamente. In breve assegna all’intuizione l’unica modalità di creazione artistica. Tale ipotesi collide  con una quantità di fattori. Innanzi tutto limita, ovvero non considera, la fondamentale funzione della epistemologia dell’arte, non considera cioè il know how, indispensabile all’artista, in cui sono comprese le conoscenze tecniche e la cultura che guida nella scelta e realizzazione delle opere. Raffaello Sanzio non avrebbe mai dipinto “La scuola di Atene” senza la guida di colti prelati. Di suo, seppe utilizzare al meglio  una tecnica sapiente. La tecnica è essenziale per realizzare un’opera d’arte. Oggi che nei licei e nelle accademie questo insegnamento viene trascurato, ci ritroviamo con artisti che si affidano a strumenti tecnologici per creare opere che sembrano fare il verso alla realtà virtuale. Ben lungi dalla vera arte. Pensiamo al perfezionamento della prospettiva del grande artista rinascimentale Piero della Francesca, oppure alla scoperta della pittura a olio che il Vasari attribuisce a Jan van Eyck e che ha permesso una nuova prodigiosa maniera del  colorire. Queste conoscenze non possono essere attribuite al pensiero intuitivo, ma vanno ascritte a studio, esperienza e ragione. Vi è nell’atto creativo un momento imponderabile che può definirsi intuitivo. Ma anche l’intuizione nasce da un humus fatto di  sedimentato sapere.

Una persona priva di preparazione tecnica e di quel particolare genere di  sensibilità che nasce dalla conoscenza, molto difficilmente produrrà un’opera che possa essere definita arte.  Purtroppo nell’accanimento contro culturale iniziato all’inizio del secolo scorso  si è voluto azzerare, spesso parodiandoli, 2000 anni di storia dell’arte. Pensiamo all’art brut di Dubuffet, al profluvio dell’arte cosiddetta naif, per non parlare delle opere dei Dada, Fluxus, e tutta una serie di cosiddette correnti artistiche la cui velleità ha purtroppo trovato accoglienza tra gli squilionari, specie statunitensi, con inevitabile approdo nei musei. Il paradosso è che non solo certa pseudo arte è stata celebrata nei musei, ma gli artisti che l’hanno prodotta sono stati, in non pochi casi, considerati geni. Dovremmo addentraci sulla definizione dell’individualità e della melanconia prodotta dalla solitudine del genio che, come già aveva rilevato Aristotele  “ omnes ingenios melancholicos esse” secondo la lettura di Cicerone. Qui entreremmo in altro ambito legato alle forzature di una società che non sapendo elevarsi abbassa tutto al proprio livello. Siamo circondati da Sancio Panza che si credono Carlo V.

Piergiorgio Firinu Leonardo_Da_Vinci 500

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La difficoltà delle scelte, tra ragione ed emozione.  0

Nell’ansia antropologica che ci spinge continuamente a celebrare noi stessi, nonostante gli immani disastri  che la nostra specie ha provocato nel pianeta, non riusciamo a cogliere  la natura dei cambiamenti ai quali siamo soggetti. La scuola di massa ha, per certi versi, aggravato la situazione,diffondendo una pseudo cultura in base alla quale tutti hanno diritto di esprimere le proprie opinioni anche se non motivate o frutto di  spurie teorie fondate per lo più su un esasperato solipsismo che può contare su giustificazioni teoriche basate sul principio di libertà.  Letteratura, arte, politica, sono il portato di questa approssimazione culturale inquinata dalla globalizzazione e da una velleitaria pretesa di uguaglianza che si traduce in un progressivo livellamento verso il basso di ogni attività umana. La I.A.  ha aggravato la situazione demandando ad automatismi  tecnico matematici molte attività e decisioni. Il sistema finanziario, dal quale dipende il benessere di milioni di persone,  è in larga misura affidato a logaritmi. L’arte ha rinunciato da tempo alla manualità che dovrebbe essere una caratteristica della produzione artistica.  Al progresso della tecnica si associa una certa idea sociale della libertà e dei diritti individuali. La femminilizzazione della società ha una parte non secondaria nello stato della società attuale. Tutto si basa su stereotipi culturali diffusi. Masse etero dirette inconsapevoli delle loro azioni costituiscono la realtà sociale di oggi. Come è stato scritto, se una pietra che cade per il principio di gravità pensasse riterrebbe  di cadere per propria volontà. Nessuno meglio di Shakespeare con la forza della poesia ha affrontato il problema costituito dalla difficoltà di prendere decisioni. Scrive Schopenhauer: “Per una mente debole il pensiero è altrettanto faticoso quanto lo è per un braccio debole sollevare un peso”. Vi è una forza della natura che prescinde dal pensiero e condiziona l’agire umano; Platone e Aristotele hanno affrontato  sotto il profilo filosofico la capacità umana di autodeterminarsi. La questione del libero arbitrio ha occupato le acute menti dei filosofi senza approdare a nulla. Goethe, in “Le affinità elettive”  tratta il tema della attrazione che condiziona la volontà. Egli si serve della metafora degli elementi chimici,  processo naturale,   e mette a confronto con quanto avviene tra esseri umani. Anche per individui intellettualmente dotati  è difficile sottrarsi al dominio delle passioni. Hume sosteneva che la ragione è al servizio delle passioni. In realtà la ragione, essendo un fragile processo del pensiero, soccombe sotto la pressione degli istinti animali primari. Questo avviene per l’aggressività, che nei casi estremi porta alle guerre, avviene nella sessualità, ed anche è stimolo all’egoismo.      Mirò per newsletter 20 marzo 500

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Linguaggio confine del mondo.  0

Scriveva Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Oggi il linguaggio è meticcio, in assenza di cultura ci si affida alla casualità  delle parole. La bontà, la malvagità, la slealtà tutto ciò che si è soliti intendere con il termine “indole”, oggi ha perso significato. Consideriamo la parola “cuore” alla quale ci si richiama in modo retorico e falso, esattamente come la parola amore usata disinvoltamente. In un epoca in cui prevale l’ideologia femministoide. Si cita spesso il cuore inteso come concretezza e verità. Duro di cuore, la cosa mi sta a cuore, mi viene dal cuore, è stato per me un colpo al cuore, il mio cuore sanguina. Chi può leggere nel cuore di una persona? E’ qualcosa che strappa il cuore. Mi spezza il cuore. Potremmo continuare elenco truismi insinceri che si riferiscono al cuore. Le questione relative alla relazione sentimentale tra due persone si chiamano “affari di cuore” , quando in realtà a prevalere è l’attrazione sessuale. Bayron nel “Don Jauan” fa una satira delle donne per le quali le relazioni sono sempre questione di cuore. Spesso il cuore è posto in contrapposizione alla testa. La testa caratterizza la conoscenza. All’Accademia di San Luca a Roma fu conservato il cranio di Raffaello Sanzio fino a quando  si scopi che era un falso. A Stoccolma fu venduto all’asta il cranio di Cartesio. L’umanità e sempre alla ricerca di simboli in grado di gratificare il nostro incontenibile antropocentrismo che c’impedisce di vedere il nostri limiti. Il linguaggio è il principale strumento dell’inganno con quale creiamo finzioni che finiscono per apparire reali. Quante volte si pronunciano le frasi: ti amo con tutto il cuore. Ti amo più di ogni cosa al mondo. Prigionieri del nostro stesso mentire ci ritroviamo in un angosciante vuoto di sentimenti senza poesia. Anche il linguaggio dell’arte riflette questa realtà nella quale galleggiano solitudini alla deriva che si rassegnano agli effimeri piaceri del corpo.     prospettiva 2 500

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Arte e illusione.  0

Perché il mito, il sogno, l’illusione, siano possibili, l’apparente e il reale devono rimanere ambigui nel soggetto come nell’oggetto. Ernst Gombrich in “Arte e illusione” affronta il tema e chiarisce  quanto poco la “definizione” si addica all’arte. Si è detto spesso che, per definizione, la coscienza non ammette la separazione tra apparenza e realtà. Con ciò si intende che nella conoscenza apparenza e realtà non sono quasi mai nettamente distinte. Se penso di vedere e sentire io vedo e sento. L’artista opera su materiali reali è attiene come risultato un’opera che esprime significati prescindibile dal materiale che la compone. Il tema dell’errore nell’arte in qualche misura è  connesso alla posizione gnoseologica dell’arte stessa. Il linguaggio dell’arte trova giustificazione nell’esprimere significati che infrangono la camicia di Nesso del razionale. Possiamo sapere che ci sono degli errori solo perché crediamo di possedere delle verità, in nome delle quali correggiamo gli errori dopo averli riconosciuti come tali in un rapporto di relazione con quanto riteniamo corrispondere al vero. Cosa accade quando il concetto stesso di verità è disconosciuto o reso talmente vacuo fino a perdere ogni significato. Il riconoscimento espresso di una verità è molto più che la semplice esistenza in noi di una idea incontestata. Ogni razionalismo ammette almeno una verità, e cioè che esso debba formularsi in tesi. Ogni filosofia dell’assurdo riconosce un senso per lo meno all’affermazione dell’assurdo. Posso restare nell’assurdo solo se sospendo ogni affermazione, se, come Montaigne o uno schizofrenico, mi confino in una interrogazione che non di dovrò nemmeno formulare: formulandola mi farei una domanda che, come ogni domanda, implicherebbe una risposta., se, infine, oppongo alla verità non la negazione della verità, ma un semplice stato di non verità o equivoco. Per rimanere nel limbo equivoco della non verità devo quindi abolire ogni curiosità, che stimolerebbe domande. Impossibile, a chi ignora la verità, l’atteggiamento di Husserl  “mi stupisco di fronte al mondo”.  La mancanza di curiosità impedisce di fatto anche lo sviluppo della scienza alla base della quale c’è curiosità, o interesse alla conoscenza. La  “provvisorietà di ogni verità, non basta ad abolirla. Sappiamo che nel suo progredire la scienza si è valsa di “verità”  che poi ha superate, non superate nel senso di negarle, ma solo in quanto ulteriormente approfondite. Si dice che Galileo abbia “inventato” parte delle osservazioni scritte nei suoi testi. Tuttavia le sue intuizioni, risultate vere, hanno permesso ulteriore sviluppo. Ben diverso è la situazione dell’arte, così come è andata configurandosi dopo la diffusione delle idee dell’avanguardia. Si è verificato l’assurdo, artisti il cui principale obiettivo sembrava, sembra, essere negare l’arte. La negazione non è avvenuta per rifiuto e/o silenzio, al contrario c’è stata una esplosione di teorie che precedevano e accompagnavano atti di negazione. Tutto questo materiale, sedimentandosi, ha creato storia, è diventato fatto compiuto ai quali i critici si richiamano per “spiegare” determinati lavori e sono  base per artisti che altrimenti non saprebbero come giustificare opere prive di necessità.  La negazione della verità dell’arte ha fatto scaturire apodismi, un groviglio di paradossi che sono serviti e concimare il mercato.

presagi500

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Filosofia della felicità.  0

La “felicità” è uno dei temi affrontati dalla filosofia, uno dei tanti che non ha trovato una definizione, un senso, che possa essere condiviso.  L’arte evidenzia la difficoltà di esprimere un’ idea di felicità perché la raffigurazione è necessariamente legata al corpo umano con i suoi limiti. L’impossibilità di definire ed esprimere la felicità consiste nella frammentarietà temporale. Il “ carpe diem” di Orazio. Per Schopenhauer  la felicità è negativa. E’ l’idea già espressa da Erodoto: “ Non c’è mai stato al mondo uomo che non si sia augurato di non vedere l’indomani”. Vale anche per i grandi intellettuali l’affermazione: “Quot capita, tot sententiae” .  C’è chi, come Locke ,  lega la felicità al rispetto delle regole morali all’interno del circolo delle relazioni.L’amante che tradisce svilisce se stessa e offende l’amato. La più semplice definizione della felicità è “non aver bisogno di nulla se non di se stessi”. Il problema è che per raggiungere questo stadio di autonomia sarebbe necessario possedere una notevole quantità di stoicismo o di cinismo. Diogene arringava la folla gridando “Ehi, uomini!”, e , all’accorrere di molti, li respinge sprezzante “Uomini chiamai, non canaglie” . Epitteto considerava Diogene, insieme a Socrate, il suo modello di riferimento. Epicuro insegnava che il piacere è ridotto a ben piccola cosa, ma di questa piccola cosa finiamo per essere schiavi. Per crearsi  un alibi gli umani hanno inventato la parole “amore” che, quando si riferisce al rapporto tra i sessi,  è un altro modo di definire l’attrazione sessuale. E’ di pochi  l’incapacità di resistere alle pulsioni del corpo. In non poche donne vi è un aumento in misura morbosa dell’istinto sessuale che si configura come  “ninfomania”.  Gassendi  sostiene a chiare lettere che l’amore è connesso strutturalmente al piacere. E’ infatti le teorie di Platone sull’amore, il cosiddetto “amore platonico” , non hanno trovato e non trovano molto seguito. Non diversa sorte ebbero le teorie di Plotino secondo cui : “ Lo stato felice consiste esclusivamente nella capacità contemplativa”. Non è chiaro come e perché i filosofi costruiscono teorie che sembrano dimenticare che l’uomo è un animale generalmente incapace di tenere a bada i propri impulsi, se si escludono rarissime eccezioni di persone che hanno raggiunto il dominio di se stessi. Senza indulgere al pessimismo di Schopenhauer , non c’è dubbio che la felicità è per tutti gli umani molto più rara di quanto lo siano i momenti di sconforto e di dolore. Alla radice c’è sicuramente l’incapacità di auto dominio,  di indirizzare le proprie energie mentali verso obiettivi capaci di dare senso alla propria vita. Se è vero che l’arte non riesce a raffigurare la felicità, è altrettanto vero che le biografie degli artisti sono le narrazioni di incontinenza e squilibrio tali da spiegare perché la felicità non è compagna dell’arte.FELICITA -500

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Solipsismo creativo  0

Raffaello ci ha rappresentato in un dipinto simbolico il processo originario dell’artista. Nell’opera “Trasfigurazione”, la metà inferiore con il ragazzo ossesso, gli uomini in preda alla disperazione lo sostengono, gli smarriti e angosciati discepoli, ci mostranp il rispecchiarsi dell’eterno dolore originario , dell’unico fondamento del mondo: l’illusione.  Egli rappresenta  un riflesso del  contrasto tra mondo “reale” e illusione. L’artista non interpreta il mondo, lo crea. Egli è strumento della trasformazione della realtà. Per realizzare il passaggio tra l’immanente e il trascendente deve sottostare a un etica della forma, esigenza primaria del conosci te stesso. L’estetica moderna è immersa nella soggettività. L’artista soggettivo è un pessimo artista. Senza oggettività, senza pura e disinteressata contemplazione del reale che deve essere trasformato, non sarà mai possibile una vera produzione artistica degna di questo nome. Schopenhauer suddivide le arti tra oggettive e soggettive. Secondo il filosofo il soggettivo non appartiene all’arte. E’ necessario che l’artista  si liberi  dal solipsismo creativo e diventi un medium attraverso il quale la realtà è assorbita e trasformata. Dunque la tecnica non può essere arte, il ready made non può essere arte. La dignità estetica che costituisce l’arte deve essere preceduta da una epistemologia capace di concretizzare l’idealità del  pensiero in forma: l’eidos. La nostra epoca si crede superiore, usa lo sprezzante epiteto  di “preudoidealismo”, rifiuta ogni forma di spiritualità, si crogiola nella propria inutile abbondanza.  L’odierna accettazione dell’estetico industriale costituisce un ossimoro concettuale. Nonostante il profluvio di testi di filosofia e critica d’arte,  nessuno è ancora riuscito a definire con precisione il sostantivo arte sviluppando un ragionamento semplice e chiaro sul piano della realtà sottratta a intuizioni ingannevoli. Questo perché la semplicità è un concetto complesso.            The-end-500

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Brevi cenni sull’iconoclastia  1

aaaaaaaaaaICONCLASTIA..500Il tema della iconoclastia ha una lunga storia che risale ai tempi di Costantino e Silvestro. Nell’impero bizantino nei secoli ottavo e nono ci fu una forte opposizione all’uso delle immagini,soprattutto nel culto religioso. E’ noto che la religione islamica non permette la raffigurazione del corpo umano e più in generale delle immagini sacre. Non c’è dubbio che se avessero prevalso gli iconoclasti non avremmo avuto il Rinascimento così come lo conosciamo. In ogni caso la diatriba sulla iconoclastia coinvolse anche i Lumi, Diderot scrisse; “ Amico mio se amiamo la verità più che le Belle Arti preghiamo Iddio per gli iconoclasti”. Tuttavia nel 1° volume della Encyclopédie che porta la data 1751, nell’articolo Arts redatto da Diderot vi è una lunga appassionata argomentazione sulle attività liberali, ma alla pittura, scultura, architettura è dedicato poco spazio. In un volume di supplemento, edito nel 1776 viene pubblicato un lungo articolo  Beaux Arts, dello svizzero Sulzer, autore di “Teoria generale delle Belle Arti”, in quattro volumi. Nel suo articolo lo studioso elvetico affronta il tema sociale dell’arte anticipando di tre secoli Hauser, egli  attribuisce all’arte una funzione politica, l’uso dell’immagine in funzione di autopromozione sociale, per ciò stesso esprime riserva sul tipo di sviluppo iniziato con il mercato dell’arte a partire dai Paesi Bassi. E proprio nella sua storia sulla secessione  dei Paesi Bassi che Schiller tenta di attribuire alla plebe la responsabilità dell’iconoclastia per allontanare la responsabilità della Borghesia. Per Rousseau la pittura e la scultura erano strumenti di corruzioni, quasi un Talebano avantilettera. E’ sorprendente come tra i filosofi fosse acuta la percezione del possibile cattivo uso dell’arte, una sorta di profetica visione di ciò che sarebbe puntualmente accaduto. Paul Heinrich Dietrich d’Holbach lanciava un monito: “ Sotto un cattivo governo i capolavori dell’arte servono solo a decorare il sarcofago della nazione”. Goethe e Goya  si preoccupano  dell’ istruzione degli artisti e della loro capacità di rappresentare in forme incisive gli aspetti sociali e i comportamenti del potere, cosa che lo stesso Goya realizzò nelle sue incisioni.

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Neri e donne hanno un anima?  0

Nella parte de  “L’Ideologia tedesca”  in cui Karl Marx dà la propria interpretazione della filosofia di Feuerbach e cita Hegel.

A pagina 13 edizione del 1967 Editori Riuniti, Marx  scrive: “ Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”. Perché  la vita non è avulsa dalla realtà, ma piuttosto un percorso attraverso il quale l’essere umano può attuare un processo di crescita culturale e morale.

A pagina 151 della stessa opera e stessa edizione, scrive: “ Il negroidismo è concepito come “il fanciullo”, perché Hegel (Filosofia della storia pag, 89 dice: “L’Africa è il paese dell’infanzia della storia”. “Nella determinazione dello spirito africano (negro) dobbiamo rinunciare del tutto alla categoria dell’universalità”, ancora pag. 90 ossia il fanciullo e il negro pur avendo dei pensieri non hanno ancora il pensiero.

“Nei negri la coscienza non è ancora arrivata a una ferma obiettività, come per esempio Dio, la legge, in cui l’uomo avrebbe l’intuizione della propria essenza”…..”cosicchè manca del tutto la conoscenza dell’essere assoluto”.

Il negro rappresenta l’uomo naturale allo stato libero. Nel Medioevo i filosofi della Patristica e della Scolastica  dibattevano se i neri e le donne avessero un’anima. Accennare al tema oggi non è politically correct, quindi si è sbrigativamente considerati razzisti e reazionari.  In realtà la questione è più ampia e complessa perché impone una domanda: “Perché personaggi dotati di grande cultura, si sono posti tale problema? Oggi viviamo in una democrazia formale nella quale la legge è costituita da codicilli e cavilli di vario genere, alcuni dei quali erano già stati messi in luce da Francois Rabelais nel suo capolavoro “Gargantua e Pantagruele”. Nel frattempo la situazione etica generale è di gran lunga peggiorata. Perché il razzismo è soprattutto rivolto verso i neri? Perché in ogni paese, Africa compresa, i neri costituiscono un problema?  Perché in parallelo con la crescita esponenziale della visibilità e potere femminile la società subisce un tracollo etico? Perché la maggioranza del mondo femminile si schiera sempre a favore di neri e omosessuali? Perché nonostante le indubbie conquiste femminili, la prostituzione e la pornografia non sono diminuite ma di gran lunga aumentate? Perchè anche nel mondo dell’arte le donne hanno dato ampio spazio alla esposizione del  corpo e alla sessualità esplicita ed esibita? Tutto avviene con la complicità di una classe politica ignorante e corrotta. Restano domande in attesa di risposte, non di slogan osceni, cortei  e polemiche senza costrutto.

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Artisti e artigiani.  1

Protagonista della storia  non è stata la classe operaia o la grande borghesia, ma piuttosto i piccoli borghesi. Nel campo dell’arte come della letteratura e nella politica. Hegel e Kar Marx esprimono un giudizio negativo sulla piccola borghesia. J.J. Rosseau fece della volontà del singolo individuo la base della società, egli era figlio di orologiaio. Altri intellettuali dell’Epoca erano provenienti dal ceto piccolo borghese, Alembert era un trovatello allevato da un vetraio. Harpe  allevato in un istituto di carità , Marmontel  figlio di un sarto del villaggio, Chamfort  era un trovatello, Beaumarchais era anch’egli figlio di un orologiaio. Il  “Contratto sociale”di Rosseau non ha mai trovato applicazione nel governo di nessun paese, al più i suoi testi hanno ispirato talune tendenze sociali d’impronta pedagogica. “Emilio” e “La nuova Eloisa”, la cui carica escatologica si rivelò modesta. Dai tempi dell’antica Grecia all’800,  l’arte fu appannaggio della piccola borghesia. Mentre letteratura e musica era prodotti esclusivamente del pensiero, l’arte comportava un lavoro manuale,  come tale rifiutato da nobili e alto borghesi. Come scrive Max Weber in “Storia economica e sociale dell’antichità”, gli artisti in Grecia erano considerati alla stregua di medici, cantori indovini, appellati con il termine demiourgòs. La posizione sociale e la considerazione degli artisti prese l’abbrivio con l’avvento del mercato dell’arte che ebbe origine nei Paesi Bassi. La maggior parte degli artisti non ricavava di che vivere solo con la pittura. Gli stenti di Rembrandt e di Hals sono un fenomeno prodotto dall’anarchia economica verificatasi  all’inizio dal mercato dell’arte. Van Goyen per vivere commerciava in tulipani, Hobblema era esattore, van de Velde aveva un negozio di telerie, Jan Steen Aert van de Velde erano bettolieri. In Italia il mercato dell’arte in pratica non esisteva ancora,  gli artisti lavoravano per lo più su commissione. Tutti comunque appartenevano alla piccola borghesia sempre in fermento per la propria precaria condizione sociale ed economica, ma incapaci di prendere davvero posizione fino a quando la Rivoluzione francese del 1789 dette un forte scossone alla società del tempo e scatenò l’ira di una massa indistinta che sfogò nella violenza le proprie rivalse e il proprio odio. Fu un momento relativamente breve perché, prima Napoleone, poi la restaurazione ricrearono le condizioni di dominio delle èlite. Prontamente gli artisti dettero vita allo stile Napoleonico, detto anche Neo Classico. Jacques-Louis David e Antonio Canova furono tra i principali esponenti di quella forma d’arte che precede il Romanticismo. Abbiamo dunque la conferma di come  l’arte segua i tempi e li rappresenti quasi sempre in omaggio al potere. Oggi  viviamo in una società che Zygmunt Bauman ha definito “liquida”, gli artisti sono soggetti a una sorta di sbandamento socio- culturale, pertanto si limitano a seguire il mainstreem, sostantivo che significa “corrente principale” , detto in altri termini un conformismo che pretende di essere progressista.        aaaaaaaanewlettere-26-Febbraio-2019.jpg-500

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Verità e rappresentazione.  0

Secondo Aristotele è corretto chiamare la filosofia “scienza della verità”. Egli attua la distinzione tra filosofia teoretica il cui fine è verità, e la filosofia pratica volta a indirizzare le azioni. Molta filosofia moderna è impegnata a demolire lo stesso concetto di verità, a partire dal pensiero debole, fino a “A cosa serve la verità?” di Pascal Engel e Richard Rorty (2005). Per superare la difficoltà di trovare argomentazioni convincenti sul piano filosofico la scelta è stata tagliare il nodo,  negare  l’esistenza stessa della verità. Il pensiero debole è andato oltre, ha negato ogni fondamento alle ragione etica che è alla base della verità. L’insipienza della cultura contemporanea, ben salda nella propria dotta ignoranza, si comporta come i pipistrelli i quali vedono meglio nel buio e ogni barlume di luce li disturba. Molti di questi soloni, cantori della libertà, pensano e agiscono pro domo Cicero, usano cioè la filosofia per giustificare le proprie perversione diventano tanto meno esecrabili quando si cancellano ragioni etiche e veritative. I filosofi dovrebbero stabilire cosa costituisce un valore di riferimento sul quale si impernia l’intera struttura di relazioni umane, tanto più utile oggi che l’umanità è avviata a raggiungere i 10 miliardi di persone nell’arco di pochi anni. Il principio elementare di distinzione tra vero e falso inquinato da teorie ancipiti la cui giustificazione sarebbe  sottrarsi ai dogmi, mentre in realtà lo scopo è sottrarsi al “dogma” della ragione logica. In questo modo tutte la vacche sono bige,  ci si trova liberi nella vasta prateria della libertà. In base a questo arruffato noema si attua un processo di ectesi nel quale la ragione non ha più voce. La libertà è un falso mito e le illusioni che lo nutrono  collidono con natura e storia. Gioca a favore dei  creatori di questi pleonasmi concettuali, il fatto che la storia ha tempi lunghi, anche se già ora si profilano le prime conseguenze del malinteso mito di libertà, nei tempi lunghi la società umana sarà sempre meno gestibile. Dopo il progressivo abbandono di ogni riferimento alla natura, seguirà una progressiva disumanizzazione sotto specie scientifica come ipotizzato da Susan Greenfield in “Gente di domani” (2003). “Domani, poi domani e domani,/così il tempo striscia via, a piccoli passi, da un giorno all’altro/ fino all’ultima sillaba del ricordo del tempo/ e tutti i nostri ieri hanno rischiarato gli sciocchi/ la vita verso la polvere della morte…” (Monologo di Macbeth di William Shakespeare).          nuova-news-del-29-gennaio

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