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1000 miles in Sonora  0

E’ chiaro che una cultura è tanto più permeabile, predisposta all’assorbimento di culture diverse, quanto più è approssimativa e instabile. Contrariamente a quanto sostiene la vulgata corrente. Anche la dibattuta questione relativa ai ready made,  tende ad essere  considerata in modo generico, ovvero sulla scia del rifiuto dell’estetica  propria dell’arte contemporanea. L’estetica non può  ovviamente essere  il solo punto di riferimento  della produzione artistica. Ma neppure è accettabile che  i ready made siano considerati  a priori come una  contrapposizione alla bellezza. Credo che questo concetto debba essere rivisto. L’autonomia dell’artista non può basarsi su pregiudizi,  tanto meno lo esime dal  rendere intelligibile il linguaggio di cui si serve, a meno che non voglia chiudersi in un soliloquio. Nel 1976, nel corso di un viaggio in automobile da News Orleans a Los Angeles, feci una sosta in un punto deserto  del Nuovo Messico. Ricordo un cartello “1000 miles Sonora” . Feci due passi per sgranchirmi le gambe e vidi in mezzo alla sabbia un ramo secco completamente traforato dalla termiti (o almeno credo). Pareva un pezzo di legno ricamato, mi colpì molto l’originale semplicità dell’oggetto. Lo raccolsi e tutt’ora lo conservo nel mio studio – foto – L’oggetto mi suggerì l’idea di ripetere l’esperimento. Collocai un ramo sulla parete del mio studio, sperando che i tarli lo lavorassero.  In effetti un tarlo entro nel legno, uno solo, lo perforò da parte a parte e scomparve. Immaginai la possibilità di collocare il ceppo sopra uno dei formicai presenti nel mio prato. Rinunciai pensando alla difficoltà che avrei incontrato a liberarlo dalle formiche. Scrivo di questo episodio minimo perché penso che la scelta di un ready made possa avere diverse motivazioni e significati. Il ramo traforato che raccolsi  è un “capolavoro” creato senza consapevolezza da animali. La mia scelta  è invece frutto di consapevolezza, un appropriazione che pone all’attenzione qualcosa che forse è unico, non nel senso che sia l’unico legno traforato, ma unico per forma e tipologia  di traforazione. Per  me l’oggetto è anche esteticamente bello. Dunque il ready made non deve necessariamente essere sgradevole  o esprimere qualcosa di provocatorio. Basti dire che il più diffuso ready made è la fotografia. Quando scattiamo una fotografia non creiamo nulla, ci limitiamo a registrare qualcosa di esistente. Il rischio, visto l’abbruttimento generalizzato, è che solo le cose brutte, pornografiche, oscene, attraggono l’ attenzione di chi punta l’obiettivo. Un tramonto è qualcosa di naturale, non è un’opera d’arte, lo può diventare quando è dipinto o fotografato. E’ un errore a mio parere considerarlo banale, scontato, in realtà non esiste un tramonto identico ad un altro. Dobbiamo tentare  di tenere desta la nostra sensibilità anche per le cose semplici, evitare l’ottusa ricerca dell’”originale” a tutti costi. La nostra osservazione non può per così dire, galleggiare, perdere l’attenzione per i dettagli, il particolare che fa la differenza. La nostra visione è come la nostra vita, può essere impoverita o arricchita dalla nostra sensibilità, la stessa che  ci consente di scorgere e apprezzare un profumo, il sorriso di una persona, la poesia di una strada deserta.   aaaaaaaalegno

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Artissima e d’intorni Torino 2014  0

barartisticaL’escatologia dell’arte è certificata anche dalla deriva nominalistica delle mostre. A Torino, in parallelo allo svolgimento della Fiera dell’Arte denominata Artissima, si è svolta una mostra, supportata da Enti Locali ( in questo caso i soldi si trovano) Enti pubblici e Banche, dal titolo “Shit and Die” (Caga e muori). Cifra della sempre più raffinata intelligenza di molti produttori d’arte contemporanea e loro sostenitori. Ovviamente la mostra ha avuto un grande impatto mediatico, con file all’ingresso e molti visitatori ansiosi di farsi stampare in fronte il titolo della mostra dall’onnipresente Cattelan.Tenuto conto che la mostra si è svolta in un palazzo storico al centro di Torino, Palazzo Cavour, e si è potuta svolgere grazie all’appoggio degli Enti Locali, abbiamo una chiara visione dei tempi in cui viviamo. Si cercherebbe invano un articolo di critica alla mostra, o più in generale a certe derive di Artissima. Per critica s’intende, come dice la parola stessa, non elogi, ma la messa in rilievo di carenze e distonie. Gli elogi in qualche caso sono declinati con derive politiche e di campanile. La politica e mercato innanzitutto. Tuttavia anche l’entusiasmo, reale o simulato,  non cancella lo stato non proprio felice dell’arte contemporanea. Il pensiero unico, mascherato di progressismo domina anche la scena dell’arte. Da notare il crescente numero di artisti che realizzano opere consistenti in scritte su lastre di pietra o marmo, del tipo che si vedono nei cimiteri, forse inconscio riferimento alla morte dell’arte. Anche la mostra su citata include il richiamo alla morte nel titolo. Dovremmo aspettarci presto degli happening direttamente nei cimiteri dove le lapidi sono numerose, quasi sempre con scritte più intelligenti di quelle che appaiono sulle lastre di marmo esposte nelle gallerie. Di certo diventa  difficile ogni discorso sull’arte: nullum est iam dictum quod sit dictum prius.

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Arte e magia.  3

Vi è, o forse dovremmo dire  vi era, uno stretto nesso tra arte e magia. Fin dalle prime pitture di Altamira, Lascaux, Chavet, come in altri siti, le rappresentazioni di animali e forme umane avevano carattere evocativo e magico. Come per il mito, anche la magia tramigrò nelle rappresentazioni religiose. Molte religioni proibivano la rappresentazione della divinità. L’ebraismo con la Torah, Antico e Nuovo Testamento, il Corano vietavano espressamente qualunque rappresentazione  dell’aspetto di Dio. La ragione appare ovvia, come può un sopranaturale essere rappresentato in sembianze umane? Il concilio di Hieria, il concilio di Nicea, il concilio di Elvira dibatterono la questione. La chiesa Romana decise di accordare la possibilità di rappresentare dio nella pittura e nella scultura. A questa decisioni dobbiamo le opere dei grandi maestri prima e dopo il Rinascimento. Nel libro di Keith Thomas: “ La religione e il declino della magia” sono riportati numerosi episodi nei quali le immagini evocative assumono grande rilievo. La chiesa post riforma mostrò assoluta continuità  con quella medioevale ricca di rappresentazioni religiose. Anche la letteratura, assai prima del Cinquecento , ha una storia intricata  che gli studiosi  sono ancora ben lungi dall’aver dipanato. La rappresentazione pittorica faceva ricorso a un elaborato simbolismo che aveva per oggetto gli animali. Non è certo possibile in questo scritto affrontare i complessi intrecci tra magia, religione e pittura. Ci limiteremo a qualche accenno. L’Apocalisse ricorreva al simbolismo di Aquile e Draghi. Nella Historia Regum Brittanniae di Goffredo Di Mommouth vengono citati il Dragho Bianco e il Drago Rosso, il  Cinghiale di Cornovaglia. Le pitture pre e post rinascimentali erano ricche di richiami simbolici ad animali reali e immaginari come l’Unicorno. La magia non si limitava all’utilizzo simbolico di animali, ma aveva tutta un serie di riti, utilizzo di erbe e formule magiche, fino alla forma della pietra filosofale che avrebbe consentito la produzione di oro. In questo contesto l’arte ha una parte significativa, come si evince dagli straordinari codici miniati che narravano storie tra realtà a immaginazione. L’argomento è ricco di implicazione e varrà la pena di ritornare a descrivere i processi, i riti di passaggio tra la misteriosa epoca dei maghi alla modernità degli scienziati. Di certo è semplicistico relegare a pura superstizione tutto il sapere che consisteva nella conoscenza e l’uso delle erbe e riti propiziatori che se non aveva riscontri scientifici certamente avevano un forte impatto psicologico, quello che oggi definiamo effetto placebo. Ritorneremo sull’argomento che si presta a interessanti considerazione di come, in nome delle scienza e del progresso, si sia gettata l’acqua sporca della superstizione con il bambino delle conoscenze dell’uso delle erbe e di tutte le forme di cure arcaiche alcune delle quali sono state riesumate e oggi fanno parte di quella che viene definita medicina eretica.        arte-e-magia

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La folla solitaria  0

La folla solitaria.

Dovendo parlare d’arte inevitabilmente si parla di politica. Perché l’arte è politica. Lo è nella forma subdola del disimpegno, lo è nella scelta della forma propria del linguaggio dell’arte. Questo accade in modo più evidente oggi.  Nell’attuale società capitalistica, gli esseri umani vivono in un mondo reificato, il cui dinamismo disgrega tutti gli elementi intermedi tra individui e società, quindi riduce tutte le relazioni a mera astrazione e/o funzionalità economica, sessuale, di opportunismo pragmatico. Tutto condizionato dal cieco entusiasmo per il progresso tecnico. Il sociologo americano David Riesman ha coniato un felice neologismo che descrive la situazione odierna, nel titolo del suo libro “La folla solitaria” (1956). Infatti da un lato tutta la vita dell’individuo, dal lavoro al tempo libero, appare dominata da totale astrazione. Nel campo culturale la nostra epoca si distingue  dalla precedente per l’alto grado di inconsapevolezza, che non elimina, anzi accentua le conseguenze del nostro agire. La moda, le forme di fruizione del tempo libero sono condizionate da comportamenti indotti, la cui cifra è il consumo e l’edonismo. Di recente una nota rivista di “cultura” della sinistra italiana ha avviato un dibattito sulla sessualità femminile lasciando ampio spazio alle opinioni delle donne. Né è venuto fuori un quadro francamente desolante. Il tema dominante è la ricerca del piacere. Anche il sesso, di fatto, è vissuto come pratica “collettiva”, disumanizzata. Radio, tv, cinema, Internet, sono strumenti che si prestano all’esibizione, trionfo dell’apparenza. Il contrasto tra generi è in molti casi un comodo alibi. La pubblicità si rivolge alle masse adottando i criteri dell’arte: estetica del desiderio. Fa leva sulle inclinazioni delle masse, sulle peggiori, più volgari propensioni. Il paradosso è che, si sublima il desiderio suggerendo che attraverso l’uso del tal prodotto, l’acquisto del tale oggetto, ci si distingue dalla massa. In realtà si favorisce anonimato consumistico, si induce all’uso puramente tecnologico anche dell’apparato mentale, con totale scetticismo verso ogni forma di ideologia e di credenza, che non sia  l’edonismo hic et nunc. La natura astratta del desiderio che non s’identifica con un ben definito soggetto,       semmai è il soggetto che deve corrispondere al desiderio. Siamo ben oltre l’abisso intellettuale e morale. Lo conferma il dibattito sulla sessualità femminile sopra citato. Capita che in queste circostanze l’atteggiamento scettico-critico si trasformi in panico, allora ci si aggrappa a qualsiasi appiglio in mancanza del quale si affonda inesorabilmente. La cronaca ce ne dà conferma ogni giorno, l’arte lo certifica attraverso la totale vacuità, mancanza di senso delle opere. Dietro a questi fenomeni sociali emerge il problema, acutamente evidenziato da Tolstoj, della vita insensata. Max Weber spiegava lo stato d’animo dell’individuo contemporaneo, la sua fragilità psicologica che lo induce, dopo avere abbandonata la religione, a prestare fede all’astrologia come surrogato. Prigioniero di un cerchio chiuso senza uscita, come il leggendario Sisifo. Il confronto con Sisifo è autentico, in senso esistenzialistico, risale infatti a Camus. Il vero profeta dello stato in cui l’uomo contemporaneo si è venuto a trovare è Kierkegaard, che vide con lucida chiaroveggenza l’inevitabile esito del nichilismo materialistico della borghesia. Oggi non esiste distinzione tra classi e ideologie accomunati dall’ansia di possesso che alcuni soddisfano, mentre altri sono privi del necessario, ma non per questo cessano di desiderare il superfluo, la droga, l’alcol, il sesso occasionale. Miti e riti sono omologati per tutte le classi, inclusi gli intellettuali assorti più a giustificare i propri vizi, che a suggerire una via d’uscita dal baratro in cui ci troviamo. aaaaaaala-folla-solitaria

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L’antropocentrismo di Hegel  0

 

Ci sono opinioni e pensieri scritti che suscitano domande inquietanti sui limiti e la natura dell’intelligenza, intesa come capacità di comprendere la realtà fenomenica che costituisce lo sviluppo, o il regresso umano. Le teorie di un filosofo sono generalmente contraddette da altri filosofi, e accettate acriticamente da una quantità di persone semicolte che le trovano in sintonia con le proprie opinioni. Questo spiega in parte la ragione per la quale molte questioni restano insolute. Arte, razza, atteggiamenti sessuali, rapporti con la natura, un lungo elenco di problemi per così dire accantonati senza aver trovata soluzione. Ma anche questioni non risolte, per il solo fatto di essere divulgate, influiscono, spesso in modo significativo, sui comportamenti. Nel Fedro di Platone, l’unico dialogo che si svolge fuori dalle mura di Atene, Socrate afferma: “ I campi e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, a differenza degli uomini che vivono nelle città”. Che l’uomo sia al centro della ricerca filosofica è questione palese, il problema è l’utilità e il senso di ciò che ci proponiamo con la filosofia. Gli esseri umani sono soggetti alla vicissitudini dell’avversa fortuna e di tutti gli accidenti che la vita riserva ad ognuno di noi, incastonati in  un ordine al quale non ci possiamo sottrarre. A partire da Talete che ci ricorda il fluire del tempo, agli Stoici, Epicuro, Aristotele, tutto il pensiero umano è il tentativo di dare un senso al proprio esistere, al proprio agire. La Natura in questa ricerca di senso e d’identità ricopre un ruolo che prescinde dal nostro volere. Se Francesco Bacone considera l’essere umano il Vicerè dell’Altissimo, immaginando che possa disporre della natura a sua piacimento, Spinoza immagina “Deus sive natura” . Il genio di Hegel è ridimensionato dall’affermazione: “ Persino il genio criminale di un malfattore è più grandioso e sublime delle meraviglie del cielo”. Frase che Marx amava citare spesso. Cosa possiamo dedurre da tutto questo? Semplicemente la considerazione ovvia che le opinioni dei filosofi valgono in quanto opinioni. Solo la scienza, quando trova conferma negli esperimenti e nella esperienza pratica, può essere considerata come fondata, vera. Tutto il resto della cultura, inclusa la filosofia, non è altro che manifestazione di opinioni che per sostenersi si avvalgono del riferimento ad altre opinioni. Quando il filosofo scrive “come abbiamo dimostrato” fa uso di espressione tautologica. In realtà non ha dimostrato nulla, o per essere più precisi, non ha provato nulla, si è limitato ad esprimere opinioni più o meno logicamente motivate.

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Voodoo Pop  0

Abbandonarsi al piacere, implica l’abbandono della ragione. In  “Aut – Aut –Diario di un seduttore –“, Kierkegaard afferma che quanto più ci si annulla nel momento, tanto maggiore è il godimento. Kierkegaard si riferiva al piacere sessuale. Oggi l’aspetto ludico domina la società nel suo insieme; consumo di stupefacenti, gioco d’azzardo, alcol, naturalmente sesso in tutte le sue variazioni. Anche la musica è pretesto di annullamento, i Rave party, concerti rock dove masse enormi si agitano al suono della musica annullati individualmente, sembra di assistere a riti Vudù E’ significativo che i nonni, quando cercano le loro radici culturali si richiamino a Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac, questi e altri, la cui modesta produzione culturale è enfatizzata  fino a farne dei miti, ovviamente negativi. Icone del degrado. Sono stati prodromi di quanto è seguito anche nel mondo dell’arte, già provata dalle esperienze delle cosiddette avanguardie storiche, per finire alla Pop Art e oltre. Si celebrano eventi come il festival di Woodstock del 1969, quasi fossero fatti storici, mentre in realtà non è stata  che un’orgia di massa a base di alcol,sesso, droga. Se esaminiamo con attenzione i fenomeni contemporanei, ci rendiamo conto che si è scatenata una sorta di rivendicazione dal basso, la rivoluzione dell’ignoranza, inevitabilmente ha finito per coinvolgere un gran numero di persone. La rappresentazione del proprio ego come forma di cultura popolare, incoraggiata da intellettuali in cerca di consenso e lettori. Pop è appunto l’abbreviativo di popolare. Poco importa che l’arte “popolare” come l’arte “povera” abbiano raggiunto in pochi anni quotazioni da capogiro nelle aste, opportunamente manipolate dai mercanti. Quindi ben lontana dalla fruizione del “popolo”. La critica fa ricorso a terminologia e paragoni con il passato per accreditare il presente, in una accanita anfibolia. Con i suoi strumenti l’uomo domina la natura esteriore, ma non sa dominare se stesso, anzi si irrigidisce in antinomie insolubili. La moralità si esercita in autonomia, in una sorta di autosufficienza morale, un soggettivismo che spinge verso un anarchismo solipsistico volto ad abolire le più elementari norme sociali e con esse la storia che le esprime. Cultura e scienza non creano la coscienza, la saggezza morale non appartiene all’ambito della conoscenza scientifica.  donna e piuma

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Come banalizzare Spinoza  0

C’è un modo sicuro per banalizzare le tesi di un filosofo: renderlo “di moda”, trendy come si dice oggi. La cultura vera, quella artistica inclusa, è frutto di attenzione filtrata e approfondita. L’ignoranza si manifesta anche nelle spezzettature, le famigerate frasi celebri, utilizzate come citazioni  servono a dimostrare  tutto e il contrario di tutto. Per fare un esempio, viene continuamente citata la frase di Voltaire: “ non condivido le tue idee ma mi batterò perché tu possa esprimerle” . A parte il fatto che Voltaire,prototipo dell’intellettuale moderno, non si sarebbe battuto in altro modo che con carta e penna. Ad un certo punto della sua vita, prima di ritirarsi nel suo castello di Ferney, nei pressi di Ginevra scrisse: “ Dopo aver tentato inutilmente di rendere ragionevoli gli uomini, preferisco vivere lontano da loro”.  Di recente, gli attivisti della banalizzazione, hanno preso di mira Bento de Spinoza, personaggio di grande coraggio e saggezza, morì a L’Aia all’età di 45 anni. L’Etica è uno dei miei  livre de chevet. In Spinoza sono  importanti le “Proposizioni”  seguite da “Dimostrazioni”,ma soprattutto è stimolo al libero pensiero. Nella seconda meta del Settecento vennero stampati una impressionante quantità di testi che condannavano non solo l’opera, ma proprio la stessa persona di Spinoza. “Sputa su questa tomba! Qui giace Spinoza..” Evidentemente la scomunica della comunità ebraica di Amsterdam aveva avuto un’influenza enorme sugli intellettuali dell’epoca. Goethe dedica molte pagine alle sue impressioni sui testi di Spinoza: “ Dopo che mi ero guardato attorno in tutto il mondo per trovare un mezzo per foggiare la mia strana natura, mi imbattei alla fine nell’Etica di Spinoza. Vi trovai un acquietamento dalle passioni, e parve che mi aprisse un ampia libera veduta sul mondo sensibile e morale. Ma quel che mi avvinse di più fu lo sconfinato disinteresse che traspariva da ogni massima.” Spinoza scrive: “ Chi ama Dio davvero non può pretendere che Dio a suo volta lo ami”.  Albert Einstein dichiara di avere fede nel Dio di Spinoza, perché egli  si preoccupa delle azioni e dei destini umani. Ma Spinoza guarda i suoi simili senza illusioni e mette in luce i loro limiti  quando scrive: “..noi non desideriamo niente per il fatto che lo giudichiamo buono, ma che viceversa diciamo buono ciò che desideriamo, e di conseguenza diciamo cattivo ciò che aborriamo..” (Ethica Preposizione 39 ) . Questa preposizione sembra fare eco all’affermazione di Agostino che nelle Confessioni scrive: “ Ci amano come si ama il cibo: per consumarci” (Libro Nono 2.2) . La riflessione può essere efficace se aiuta a determinare comportamenti e pensieri. Feuerbach  polemizza duramente con Hegel  non accettando la sua tesi della nullità della coscienza sensibile, ma con la scienza del poi potremmo dire che forse aveva torto.  Il corpo è il medio mediante il quale io m’incontro in generale con il mondo esterno. Se quindi voglio attuare i miei fini, devo rendere il mio corpo, inteso soprattutto come mente, capace di trasferire la soggettività in oggettività esterna. Questo è possibile solo attraverso la volontà, cioè il controllo del corpo. Come scriveva Seneca: “la libertà comincia dal controllo di noi stessi” . Oggi vale piuttosto l’indicazione che Rabelais pone sul frontone dell’abbazia di Teleme:” Fai ciò che vuoi”. Ma questa apparenza di libertà ci rende soggetti alle circostanze. Trascurata l’Etica e la volontà resta la verità di quanto scriveva Pascal: “ Un nonnulla ci turba perché un nonnulla ci consola”. Siamo perennemente a rischio. Forse a noi contemporanei non si addice l’Etica di Spinoza, accontentiamoci del pensiero debole.       rene magritte87

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Le asine di Saul.  0

A prescindere da religione e morale, è ancora possibile supporre che esista una interiorità negli esseri umani? Il carattere formale dell’opera d’arte è situata in un medio che, dovrebbe, riflettere valori posti tra soggettività e oggettività. La soggettività ha, per così dire, carattere privato, mentre l’oggettività è l’atto che la ragione compie prendendo una distanza dalle cose per meglio osservarle. Il pensiero, precede l’azione realizzatrice dell’opera, la soggettività dell’essere umano, per dirla in altro modo, parte da ciò che egli ha dentro. L’opera d’arte è il medio che realizza una sintesi armonica tra soggettività e oggettività, tra apparenza ed essenza. Nella storia dell’arte ogni creazione è legata, nei suoi elementi essenziali, al momento storico  in cui è prodotta. Una natura morta di Chardin, per esempio, non rappresenta soltanto un insieme di determinati oggetti, ma soprattutto il modo in cui alla metà del XVIII secolo il borghese francese viveva il suo ambiente. Basta confrontare un’opera di Chardin  con una natura morta olandese del XVI secolo o con opere di  Courbet o Cézanne per leggere nella forma di ciò che è rappresentato, delle trasformazioni storiche avvenute. Se in ogni opera d’arte l’hic et nunc è ineliminabile, significa che l’artista è influenzato dalla società che rappresenta. Non è compito della critica e filosofia dell’arte indagare i processi psicologici, ma è legittimo chiederci quale influenza avrà avuto su Francis Bacon la sua vita alquanto “disordinata” . E’ senz’altro vero che il giudizio riguarda l’opera e non l’autore, ma in questo modo si da per scontata la discrasia tra operare e pensare. Diceva Goethe: “l’uomo più insignificante può essere completo se si muove entro i limiti delle sue capacità e abilità; ma anche i bei meriti sono oscurati , annullati e distrutti se viene meno quella preposizione indispensabile “. Quindi s’imporrebbe un ritorno alle origine, la pittura come lavoro artigiano, manuale, senza pretese di trascendenza e rappresentazioni dell’inconoscibile astratto. Bacon usa la sua capacità tecnica per descrivere il suo inferno interiore. La pretesa universalità dell’arte, già contraddetta per altri versi, trova qui il limite nella soggettività. Dunque l’enfatizzazione di molti artisti si conferma, anche per questa via, una semplice operazione commerciale. Viene in mente Goethe. Nella replica finale Meister  Friedrich apostrofa così il protagonista: “mi sembri come Saul, il figlio di Kis, che andò a cercare le asine del padre e trovò un regno”.  Non pochi artisti contemporanei si trovano nelle stesse condizioni. L’opera d’arte è, o meglio era, il paradigma della perfezione. Una cosa fatta a regole d’arte era cosa perfetta. L’arte è allegoria che trasforma il fenomeno in concetto. Abolita la regola, l’arte diventa un manufatto come tanti. Ė questo, per concludere, il percorso a ritroso dell’arte priva di spinta interiore dell’artista, ignora la tecnica, rifiuta l’estetica. Tutto è affidato ai sofismi di una critica raramente padrona dei propri strumenti.      dali9

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Il linguaggio dei colori.  0

È ormai un consolidato luogo comune la tesi secondo cui il colore è percepito dall’emozione il disegno dalla ragione. In realtà vi è una terza ipotesi, l’emozione razionale, che non è un ossimoro come potrebbe apparire ma è la capacità della ragione di nutrire la sensibilità e renderla autonoma. Lo stesso Kant vede nei colori un’espressione del bello naturale. Alexandre Kojéve sosteneva: “ Ciò che è unico dell’arte, a differenza da altre creazioni dello spirito, è l’elemento del non esistente, del non pensabile..”. Qui appare chiara la posizione dell’arte contemporanea intenta a raccattare tutto ciò che non è forma. Dopo la perdita dell’aurea dell’arte, è seguita la perdita d’immaginazione creativa dell’artista. Kandinsky, nel suo entusiasmo quasi mistico, imbastì una interessante teoria sulla superiorità dell’arte astratta rispetto all’arte figurativa. Egli sosteneva che la superiorità dell’arte astratta consiste nel creare forme che non esistono in natura, mentre l’arte figurativa “copia” semplicemente l’esistente. Si può non essere d’accordo su tale tesi, ma certo ha una sua plausibilità. Purtroppo nell’evolversi successivo dell’arte astratta tale plausibilità è andata in gran parte smarrita. E’ prevalsa la casualità della forma alla quale solo a posteriore si tenta di dare un significato. Già Kant nel suo celebre testo “Teoria dei colori” aveva dato vita a una sorta di metafisica cromatica. Basterà ricordare la sua analisi del giallo: “Attraverso un movimento piccolo e impercettibile, la bella impressione del fuoco si trasforma in sensazione di melma, e il colore dell’onore e della gioia  si rovescia nel colore della vergogna, del ribrezzo, del disagio” . L’armonia della totalità è dunque questione delicata che non sembra percepita da gran parte degli artisti contemporanei, preoccupati più dell’effetto visivo, e qui entra in ballo l’emotività “ignorante” , che trascura la sensibilità capace di leggere i colori nel processo della semantica che trasforma la cromia nel linguaggio dell’arte.   colori.500

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Com’è bella la libertà!  0

Illustrissimo Chiarissimo Eminentissimo dott. Prof. Edoardo Boncinelli,

Ogni tanto, forse per punirmi, o per masochismo, leggo uno dei suoi articoli.Ovviamente ha ragione di propinare ai lettori la sua visione del mondo, infarcita  di colti anacoluti, detti paradossi, come  “quintali di parole”. La mia modesta opinione, del tutto irrilevante, visto che sono escluso dalla casta costituita da coloro hanno il potere di pubblicare regolarmente le loro corbellerie. L’apice in questo campo è raggiunto dalla critica d’arte, ma quelli come lei pullulano  in tutti campi. Credenziali per diventare oracolo sono: cattedra universitaria, libro di successo, presenza costante sui media. A quel punto le proprie opinioni diventano editoriali, vedi Saviano. E’ vero, la natura è spietata, la cultura è un fattore creato dall’uomo. E allora? Tutta la civiltà è una creazione culturale. Una donna che si accoppia con un animale. Un uomo che sodomizza e uccide un bambino. Un ragazzo minorenne che si prostituisce in un bordello per omosessuali. Sono cosa buona o cattiva? Sono natura o cultura?  Negli ultimi 70 anni la comunità umana, grazie agli intellettuali,  ha abolito le regole, rimosso ogni paletto etico. Salvo poi fingere stupore di fronte al susseguirsi di crimini ipocritamente definiti “orribili”. I guru della modernità avanzano tutta una serie di distinguo,tuttavia il mondo reale, creato dalla loro stupidità e corruzione, è di fronte ai nostri occhi. Neppure ai tempi di Sodoma & Gomorra si è visto tanto degrado, buona parte  spacciato sotto specie di “diritti individuali” . Letteratura ed arte celebrano lo sfacelo, mentre quelli come Lei proseguono nei distinguo. Intanto filosofi 70enni sodomizzano disc jockey di 18 anni, come già faceva Foucault, assiduo frequentatore dei ragazzi del ’68 che inchiappettava dopo averli storditi con la sua “sapienza”. Cohn-Bendit ha seguito le sue orme. Il resto è in corso….

I migliori saluti

piergiorgio firinu

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