Post by Category : Conversazioni sull’Arte

Arcimboldo 2.00  0

Risulta di estremo interesse mettere a confronto le opinioni di quanti, a vario titolo, scrivono sull’arte. Le opinioni sono spesso contrastanti, non di rado basate su apodismi. C’è da chiedersi quale influenza abbiano tali scritti su gli artisti. Se influenzano il loro lavoro significa che l’arte non è cosi “spontanea” e autonoma come taluni sostengono. Se invece non hanno alcuna influenza vuol dire che sono in parte inutili. Di certo la mitizzazione dell’arte e degl’artisti, è andata sviluppandosi in misura inversamente proporzionale alla qualità delle opere. E’inoltre interessante notare che l’evolversi del progresso e dell’influenza della tecnica sulla società ha portato gli artisti a prendere le distanze dal cosiddetto realismo del quale Nietzsche scrisse: “ Essere fedeli alla natura, a tutta!” E poi? Quando è copiata la natura? Infinito è del mondo ogni frammento- Infine se ne dipinge quel che piace. – E che gli piace? Quel che dipinge!”. Forse consapevole del degrado ambientale l’artista ignora sempre di più la natura, forse è un errore. La società contemporanea omologa e appiattisce, è doveroso opporsi, per quel che è possibile. Ritrarre la realtà di oggi è un esercizio triste, ma non inutile. Arciboldo oggi costruirebbe le sue figure non con frutti della natura ma con strumenti tecnologici che aiutano l’essere umano e nel contempo lo degradano.aaaaaaaaaaaaArcimboldo_Spring_1563.jpg500

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Il culto di Dionisio.  0

AAAAAAAAAAAAAAAAA-NEWSLETTERForse nessun libro ha descritto la folla come annullamento delle differenze con l’efficacia di  Elias Canetti in “Mass und Macht”. In ogni ambito della conoscenza la diffusione del sapere in senso orizzontale ha potenziato la tendenza a dare una interpretazione di comodo al pensiero e alla storia umana  a iniziare dal mito. Nietzsche e Rudolf Otto che  hanno trasformato il carattere odioso di Dionisio, sottacendone la vera natura fatta di violenza e malvagità. Euripide è indubbiamente estraneo a simile interpretazione. Solo il donchisciottismo masochista del mondo d’oggi poteva trovare dilettevole un dio che semina odio e distruzione. Il dio non ha essenza propria al di fuori della violenza. Se, al pari dell’Apollo di Delfi e del mito di Edipo, Dionisio è associato all’ispirazione profetica è soltanto perché nell’ebbrezza dell’abbandono dionisiaco si attua il rito sacrificale. Non vi è nulla nella tradizione dionisiaca antica che si riferisca alla cultura della vite o alla fabbricazione del vino. Tiresia definisce Dionisio il dio dei moti panici, dei terrori collettivi, egli incarna la più abominevole delle violenze, è sorprendente che venga associato, a partire da Nietzsche, alla gioia della festa, sia pure sfrenata delle Baccanti. Sotto il nome di Bromios, il Rumoroso, il fremente, Dionisio provoca un imprecisato numero di disastri. L’analisi  dei testi conferma le ipotesi che fanno del culto di Dionisio un invito al sommovimento sociale. L’opera di Erwin Rohde esprime forse la più chiara e completa intuizione sulla vera natura del mito dionisiaco. Gli uomini hanno sempre tentato di porre la violenza al di fuori di se stessi, in una entità separata, sovrana e redentrice, utilizzando una vittima espiatoria. La civiltà di massa ha creato le premesse per dare carattere collettivo alla ricerca del capro espiatorio. I genocidi programmati del secolo breve ne sono testimonianza. L’ispirazione tragica dissolve le differenze fittizie nella violenza. Demistifica l’illusione di una comunità innocente. Abolite le differenze di genere, nelle feste dionisiache era permesso alle donne di bere vino, esse rivelavano una violenza ben più terribile di quella maschile. Sono infatti le donne le principali protagoniste dei baccanali dionisiaci. Euripide avverte tale ambiguità e la sottolinea. Marie Delcourt-Curvers si chiede quale significato abbia inteso dare il poeta  allo scatenarsi delle Agave e delle sue compagne. La ripartizione manichea in buoni e cattivi si dissolve nel baccanale e tutto ciò che l’essere umano è nel suo profondo viene fuori nell’esternazione della più sfrenata violenza. Sul ruolo delle donne nelle società primitive è ritornato Lèvi-Strauss nel suo saggio “Tristes Tropiques”, studiando i villaggi sudamericani dei Bororo. Il dionisiaco contemporaneo si attua anche attraverso la femminilizzazione degli uomini  e la virilizzazione delle donne. L’idea accettata che gli uomini si comportino come donne e le donne come uomini provoca un preoccupate scompiglio. L’annullamento graduale delle differenze sessuali marca il regresso di una società confusa che non ha più neppure la capacità di avvalersi del rito per esorcizzare i radicalismi che rendono così effimero lo stesso concetto di civiltà.

 

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Memoria e riflessione  0

Memoria e riflessione.
Dobbiamo tener presente l’analisi della coscienza nelle determinazione storica dei fenomeni culturali. Ciò significa che, quando un fenomeno artistico è contingente, cioè si situa nel presente, la sua percezione può essere di carattere emotivo ma non assume una vera rilevanza culturale. Sebbene sulla base della percezione sensibile il nostro interesse pratico ed emotivo possa essere risvegliato, si tratta di una sensazione transitoria che non ha rilevanza di carattere gnoseologico e si riduce a pura sensazione. Husserl tenta di risalire all’origine superando la idealizzazione dell’opera che costituisce particolare difficoltà per la soggettività dell’ego dell’artista il quale raramente sembra possedere un filtro critico, ma assume prevalentemente presunte positività trascurando le instantiae negativae. Bacone annovera tra gli idola tribus la tendenza a conservare nella memoria solo il positivo dimenticando le istantiae negativae. Qualcosa di analogo si verifica in rapporto al discrimine linguistico che determina le convenzioni. A partire dal Prometeo di Eschilo. L’ottimismo è un carattere dell’esperienza umana dal punto di vista del significato antropologico. La testimonianza più antica possiamo trovarla in Anassagora tramandateci da Plutarco . Platone attesta tuttavia, allo stesso modo di Aristotele, che si tratta di una tendenza a superare le forme di criticità non attraverso la riflessione, ma piuttosto in forma di superamento affidato alla amnesia. Temistio commenta e illustra questo passaggio richiamandosi alla difficoltà di apprendimento di cui parla anche Aristotele riferendosi ai concetti della scienza. Ecco dunque che quando l’artista produce un’immagine senza risvolti di carattere gnoseologico, sulla base di una epistemologia basata sull’emozione , il suo raccoglierli in serie successive conduce all’unità dell’archè, termine che significa insieme “comando” e “principio”. La negatività può anche avere un senso peculiarmente produttivo. Non può essere semplicemente illusione, riconosciuta come tale, ma una capacità di utilizzare la sensibilità consapevole per arricchire il proprio bagaglio di conoscenza. Su questo principio, analizzato da Hgel, richiama l’attenzione Heidegger , che se ne è sentito insieme attratto e respinto. In nessun caso comunque è stato risolto il difficile problema della lettura produttiva dell’opera d’arte il cui contenuto oggettivo resta di difficile definizione.

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Nuovi approcci a vecchi temi.  0

 

Nuovi approcci a vecchi temi.

 

La critica che, dalle più diverse posizioni gli avversari di Hegel hanno rivolto contro la filosofia della ragione assoluta, non riesce a spuntarla contro la consequenzialità rigorosa della mediazione dialettica totale quale è descritta specialmente nella fenomenologia dello spirito, cioè la scienza del manifestarsi del sapere. Non si può negare che certe obiezioni di Ludwig Feuerbach abbiano una certa validità,esse  sono pensate come figure dello spirito che Hegel descrive soprattutto nelle forme iconiche dell’idealismo come ad esempio nella critica neokantiana della filosofia della vita e dell’esistenzialismo. Rickett nel 1920 discusse le basi della filosofia senza poter in alcun modo limitare gli effetti dell’ influsso di un insorgente cinismo che iniziava allora a manifestarsi. In questo si dimostra chiaramente l’intima contraddittorietà di ogni  relativismo. In Italia argomenti e teorie  riflessive  sulla legittimità filosofica sono soltanto apparenti. E’ ormai accertato dai più attenti filosofi contemporanei il carattere di apparente spurio dei  ragionamenti che pretendono di avere radice nell’antica sofistica, per altro già  messa in discussione da Platone. Nella filosofia dell’arte accade che vengono usati argomenti speciosi per giustificare sia l’epistemologia che l’ontologia. L’arte finisce per cadere in un eccesso di autoreferenzialità. In questo senso si rende necessario rivedere la posizione che la critica e la filosofia dell’arte hanno assunto in questi ultimi 50 anni. Oggi la nuova disciplina, “Cultura visuale” o Pictorial Turn, ovviamente nata negli USA,  tende a far apparire superata critica e filosofia dell’arte così come si articolata fin ora,ciò  era prevedibile. Questa nuova dottrina delle Scienze della visualità, sembra peraltro afflitta da ansia totalizzante nella pretesa di voler riunire in un’unica disciplina il variegato mondo della teoria dell’arte, della storia dell’arte e della filosofia dell’arte. Il discorso è tanto complesso quanto pleonastico dal momento che il sincretismo culturale non costituisce mai un vero arricchimento, tanto meno trova giustificazione la pretesa di racchiudere all’interno di un unico percorso teoria e modalità della visione. Questo nuovo approccio affronta vecchie tematiche, non potendo mutare la concretezza dell’assunto, rivisita argomenti noti da un’angolazione diversa. In questo modo  ottiene di sottrarsi alle conseguenze logiche di un sapere radicato che è difficile contrastare. Più facile adottare un nuovo lessico che imprima l’apparenza del nuovo. Detto in altri termini è forse più semplice ribaltare il tavolo quando la partita risulta persa in partenza e ricominciare con una nuova avventura. Oltre tutto  questo è coerente con la tendenza di questi ultimi anni durante i quali abbiamo assistito alla proliferazione di cattedre universitarie come conseguenza della frammentazione delle antiche discipline. Il profluvio di pubblicazioni non consiste in altro che nella rimasticazione di argomenti noti presentati sotto nuove copertine. Le cattedre universitarie  proliferano in misura inversamente proporzionale alla capacità di creare e comunicare sapere  che affronti questioni irrisolte. Rapporti sociali, politica, arti visive, letteratura, sono ridotti a un livello infimo, tutto è giustificato con il progresso tecnologico che però non serve a migliorare la qualità delle opere che nascono da sensibilità e intelligenza degli esseri umani.aaaaaaaaaaaaaaaMisteri-dell'universo-Newsletter

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Residui ideologici  0

Nella società contemporanea ci sentiamo così evoluti da poter fare a meno di educare i nostri figli. Oggi  l’educazione consiste generalmente nel sostenere l’assoluta libertà: “tutto è permesso”. Bambini sono educati a pensare che sia loro possibile ogni cosa, li esponiamo ad avere amare delusioni. L’89% del personale della scuola è femminile. Agli alunni non è impartita una guida ragionevole ed una educazione civica. E’ evidente l’incapacità delle insegnanti e dei genitori, la madre sempre prevalente, di inculcare sani principi ai propri figli, per la semplice ragione che  loro stessi ne sono privi. Gli antichi, in particolare i greci, hanno affrontato il problema dell’educazione elaborando una cultura che prevedeva la cura di se, nel senso più ampio di dominio dei propri primordiali impulsi. Oggi vi è una sempre più evidente manifestazione di superficialità, incapacità pedagogica, il rifiuto di ogni riferimento etico, visto come un reazionario principio del passato. Platone nell’apologia di Socrate tenta di indicare le forme attraverso cui è possibile accrescere non solo la propria conoscenza  ma il dominio di se. Tema ripreso e sviluppato dalla filosofia stoica. L’arte della politica non può consistere semplicemente nel condurre al pascolo i bipedi di una razza incrociata, sprovvisti di piume e di corna(?). Nella gestione del potere la tirannia è possibile quando viene meno la capacità di controllo di se, in quel caso ci si trasforma in gregge. Colti dall’ euforia di una libertà fittizia, liberi di abbandonarsi ad eccessi di ogni genere, privi della capacità di decidere il corso della nostra esistenza. Noi contemporanei, forti dei progressi della scienza e della tecnica, riteniamo di poter abolire ogni residuo riferimento naturale, ovvero, volgere al naturale gli aspetti particolari e secondari come ad esempio, la promiscuità sessuale. L’arte registra tutto questo. Per una puntuale constatazione non è necessario far ricorso a particolari ricerche, basta esaminare i cataloghi delle aste contemporanee dove trionfa la cosiddetta arte femminista. Vi sono esposti corpi che non lasciano nulla all’immaginazione. Vagine non proprio vergini, corpi esposti nelle forme che forse, artiste e modelle, considerano seducenti e accattivanti, ma che in realtà fanno il verso alle comuni macellerie. Ovviamente tutto avviene all’insegna della “libertà di espressione”. Non è chiaro se i corpi dovrebbero costituire critica a determinati comportamenti, ovvero esaltazione degli stessi. E’ una distinzione di lana caprina che  non modifica e non facilità l’ermeneutica  dell’oggetto. Quando si legge “l’arte è un momento di verità” (Gadamer) è difficile capire se si tratta di carenze informative e cos’altro.

 

Opera di Hermann Nitsch Senza Titolo 2001aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaMaggio-14

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La facilità di essere peggiori.  0

Capita sempre più raramente di incontrare persone felici. Quasi tutti vorrebbero essere altro da ciò che sono. Vivere un vita diversa da quella che vivono. Forse non hanno consapevolezza che ciò che desiderano essere è spesso peggio di ciò che sono. Vi è una lunga schiera di filosofi, moralisti, libertini, ciascuno sembra avere la ricetta per una vita felice. Difficile essere all’altezza dei propri sogni, anche perché spesso quelli che consideriamo sogni sono in prevalenza desideri concreti, materiali. Prigionieri di noi stessi , concentrati su noi stessi, assorti su noi stessi.  I greci hanno creato miti che sono altrettanto metafore dal valore perenne. La società contemporanea è posseduta da un conformismo desiderante la cui cifra è ben espressa dal mito di Tantalo. Nessuno è all’altezza dei propri sogni e così sceglie quella che considera concretezza ma  in realtà è rassegnazione. Il mito di Sifilo esprime l’incapacità di sottrarci alla coazione a ripetere. Il masso  rappresenta la materialità a cui non sappiamo sottrarci. La fatica di vivere finisce per essere la frustrazione che deriva dal non possedere. E’ lontanissimo da noi l’insegnamento di Diogene Sinope,  inconcepibile accettare la povertà della sua esistenza. Cerchiamo scuse per la nostra infelicità. La nostra mente non ha altri limiti se non quelli della nostra sensibilità e intelligenza. Non è quindi la vera libertà che ci manca, piuttosto  l’incapacità di realizzare noi stessi tenendo a bada gli impulsi del corpo per liberare i nostri sogni. Non è un caso che il sostantivo “spirito” sia pressoché espulso dal lessico moderno. Il mestiere di vivere del quale scriveva Cesare Pavese, e che lui non ha saputo apprendere ponendo fine alla propria vita, si è ulteriormente ingarbugliato per gli innumerevoli strumenti di distrazione che la contemporaneità ci offre. Non è più attuale l’affermazione di Shakespeare: “siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni”. Semplicemente non abbiamo più sogni ma solo una continua ansia desiderante che giustifichiamo e coloriamo in vario modo.aaaaaaaacesare-pavese.jpg-500

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Relatà e forma.  0

L’ontologia dell’arte è una creazione immaginifica che risponde ad esigenze di varia natura. Alexandre Kojève nel suo testo su Kandinsky scrisse: “ Picasso riesce a fare un quadro solamente una volta circa su cento in cui mette i colori su una tela”. E tuttavia Picasso è considerato un mostro sacro della pittura contemporanea. Per Kant rimane valido l’antico nesso tra gusto e società, egli affronta il tema tra giudizio puro  e giudizio intellettualizzato, a cui corrisponde la contrapposizione tra bellezza “libera” e bellezza “aderente”. Una dottrina importante per la comprensione dell’arte. Il riconoscimento dell’arte, in base alla fondazione estetica  collegata al giudizio sul gusto, induce a riflettere sulla differenza di giudizio tra ciò che abbiamo in mente e ciò che abbiamo davanti agli occhi. Conseguenza di questa considerazione è che l’opera d’arte dovrebbe essere qualcosa di più che conforme al gusto. Nella interpretazione kantiana sull’estetica, Winckelmann e Lessing,  assumono una posizione chiave. Per entrambi “espressione di moralità” è strettamente legata alla bellezza, soprattutto quando raffigura il corpo umano. Schiller offre  una propria interpretazione della bellezza secondo cui  la pittura esprime, nell’impegno della trasfigurazione,  una estetica che si propone un ideale il quale costituisce una versione possibile della immaginazione creativa. Hegel ha colto, nelle sue lezioni di estetica, e tradotto in concetto l’espressione della spiritualità che dovrebbero essere propria dell’arte.  aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaPicasso-newsletter

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Democrazia pedagogica.  0

Non pare che la cultura riesca a elaborare temi particolarmente innovativi. C’è un continuo ripescaggio di temi trattati in passato, una grande quantità di testi che riprendono i fili di un discorso interrotto e mai finito. Argomenti come rivoluzione, democrazia, giustizia sono affrontati in ottiche diverse, in astrazioni che alla fin fine risultano inconcludenti. Dopo attenta riflessione ci rendiamo conto che le teorizzazioni trascurano il punto centrale, lo snodo che è la radice del problema: pedagogia. Da qualche tempo è stata messa la sordina la tema della “società civile”, ci si è resi conto che in realtà la società civile non è migliore della politica, di tutto lo snodo nel quale si articola il potere, i cui rappresentanti provengono dalla società. Quando parliamo di società civile quale società ci riferiamo? Esistono due civiltà? Una civile e un’altra incivile? Basta porre la questione perché appaia chiara l’incongruenza di tematiche la cui astrazione non aiuta a risolvere i  problemi di una società alla deriva. Quando assistiamo al penoso spettacolo di studenti che insieme agli antagonisti, sono sempre in prima fila in cortei vandalici, incuranti del fatto che sono oggettivamente parassitari della società che permette loro di seguire corsi di studio al termine del quale si aspetta di essere ripagata. La sinistra sostiene quasi sempre che le manifestazioni di piazza sono democratiche, salvo quando scendono in campo organizzazioni di destra. Ipotizzare che  la democrazia è il migliore dei sistemi politici,  si dice qualcosa di parzialmente vero. Democrazia significa una testa un voto. Ma cosa c’è dentro quelle teste? Sarà il caso di porci il problema? Non è necessario far ricorso a complicanti studi o indagini statistiche per sapere che intelligenza e cultura media sono piuttosto modeste, basta assistere a un programma tv di quiz. Persone che si dichiarano laureate, con parlantina sciolta, non sanno rispondere a domande su questioni elementari,  non conoscono il significato delle parole che usano. Questo è il vero nocciolo del problema. L’ignoranza occulta  che si nutre di luoghi comuni. Le stesse persone sono informatissime su attori, cantanti, protagonisti della vita mondana. Abbiamo una ministra dell’Università che presenta una laurea falsa e resta al suo posto, che si batte a favore della promiscuità dei generi, mentre non pare avere la stessa preoccupazione per il livello scolastico e soprattutto educativo  della scuola. Nessuno si pone il problema del linguaggio, dell’abbigliamento, delle abitudini dei giovani. Le statistiche ci dicono che una gran maggioranza di studenti fa uso di stupefacenti,   un gran numero non sa scrivere in modo decente. I giovani vengono istruiti male e non educati. Il mantra è : dobbiamo ascoltare i giovani. In realtà dovremmo semplicemente educarli. Certo, non è impresa facile, specie per una generazione che ha fatto della trasgressione un norma. Il femminismo si è battuto e si batte per la libertà sessuale senza chiedersi il senso e i fini di una promiscuità che pure difende a prescindere. L’arte è sulla stessa linea. Pittura cartellonistica, trovarobato, imitazioni spacciate per citazionismo.  Il problema è che una società collassa quando prevalgono egoismi individuali  e si incoraggia la stupidità collettiva. Si Continuerà a blaterale di democrazia, libertà, arte, mentre intorno a noi prosegue il  degrado, l’insicurezza, la nefandezza socio politica. L’arte dovrebbe lasciare la cartellonistica ai pubblicitari e orientarsi alla sostanzialità semantica del segno. Ma forse pensare che questo sia possibile significa peccare di ottimismo.    .........................OGGI

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Dalla Stalla al Louvre  0

Si dice che Marcel Duchamp abbia esitato tra la professione di pittore e quella di umorista. Alla fine pare abbia optato per la scelta di essere un pittore-umorista,  certo nemmeno lui si sarebbe aspettato tanto successo. Duchamp nasce in Francia nel 1887 a Blaville- Crevon, figlio di un notaio. All’inizio della sua carriera dipinge con stile che emula gli impressionisti, opere di scarsa originalità e di modesta fattura.  Nel 1905, a Montmartre,scopre lo spirito burlone di un gruppo  di persone che si definiscono  gli “Incoerenti”. Nel 1909  comincia a dipingere  secondo lo spirito cinetico e bergsoniano e crea la sua prima opera “originale”  che tuttavia si richiama a Boccioni, “Nudo che scende le scale”, realizzata nel 1912 ed esposta all’Armory Show a New  York grazie all’l’appoggio della sua mecenate americana, Katherine Sophie Dreier.  Nel 1917 acquista in un  negozio di servizi igienici  un comune orinatoio, modello Bedfordsgire , firma l’oggetto con lo pseudonimo  “R.Mutt” e lo presenta in una mostra alla Stable  Gallery. In precedenza aveva presentato “Ruota di bicicletta”, un ready-made che, a differenza dell’orinatoio, richiedeva un minimo di manualità. Come abbiamo indicato più sopra, prima della guerra 1915/1918, Duchamp dipinse opere di fattura classica, sia pure di non eccelso livello. Risalgono al 1902 “La chiesa di Blainville” , “Ritratto di Marcel Lefrancois, 1904. Ritratto di Yvonne Duchamp , 1909. “Nudo in calze nere” . 1910, dello stesso anno  ritratto del padre dell’artista. Potremmo elencare altre opere  dipinte fino al 1911. Va da se che tutte quelle opere passarono inosservate per la scarsa qualità pittorica. Su questo punto la critica d’arte dovrebbe chiarire le ragioni per cui un mediocre pittore, non appena si abbandona alla provocazione diventa immediatamente un maestro. Certo il sostegno della ricca americana Katherine Sophie Dreier ha avuto un peso non indifferente nell’introdurre Duchamp negli ambienti artistici newyorkesi in quegli anni alla ricerca di uno spazio nel panorama mondiale dell’arte. Gli squilionari statunitensi avevano scarsa cultura artistica e molto denaro da impiegare per imporre l’arte americana nel mondo. Duchamp, con la sua modesta dimensione artistica e la propensione alla provocazione era il giusto cavallo di Troia. E’ da notare che negli USA  furono attive soprattutto le donne nel promuovere i fenomeni artistici emergenti, oltre alla Dreier sono numerose le donne che promossero l’arte di rottura. Anche il petroliere miliardario John D. Rockefeller diede appoggio ad un arte che, come poi si è visto, era propedeutica alla promozione degli artisti statunitensi. L’obiettivo di  trasferire dall’Europa, in particolare da Parigi, il baricentro dell’arte a New York riuscì  perfettamente. Oggi l’arte statunitense domina  il mercato, peccato che nel  frattempo cultura e arte abbiano subito una netta separazione.      Ruota-di-bicicletta-1913-51

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Crogiolo.  0

Prima che la modernità annullasse nella materia ogni sensibilità, la capacità creativa degli esseri umani si esprimeva attraverso faticosi ed entusiasmanti percorsi. Il passaggio tra l’arte romanica e l’arte gotica avvenne con l’accordo e la combinazione delle masse romaniche e della volta a costoloni dell’arte gotica. L’arte romanica appartiene  a un ordine assai antico, legato a un lungo passato storico, mentre molto più tarde sono le invenzioni che hanno consentito ai costruttori dell’Ile-de-France da trarre dall’uso del costolone uno stile e le sue conseguenze., fino ai paradossi strutturali del gotico rayonnant. Tale considerazione riceve una singolare conferma dallo studio della scultura. L’immagine della vita umana, quale è rappresentata nelle cattedrali non è nulla oltre ciò che agevolmente possiamo riconoscere come nostro patrimonio. Quando l’uomo ritraeva se stesso e nel segno dell’uomo per l’uomo dava spazio alla speranza, non era necessario arricchire di metafore e concetti il segno. L’arte registra un paradosso mai sufficientemente sottolineato. Man mano che il “progresso” avanza, arretra la speranza, l’uomo è sommerso dalla abbondanza di ciò che produce, crede di avere un dominio sulla materia, si allontana dalla natura, perde la misura di se stesso. Pensiamo per un momento alla metastasi urbana che ha coperto buona parte del pianeta e paragoniamola all’umiltà degli antichi Germani i quali, prima di gettare un ponte tra le due rive di un fiume,  attuavano riti propiziatori per chiedere preventivamente perdono per la violazione della integrità del territorio. Ciò che può essere liquidato come superstizione è prima di tutto rispetto della natura. Lo ricorda Hans Jonas nel suo interessante libro “Il principio responsabilità”. L’uomo contemporaneo, tutto preso dal proprio solipsismo che si  riduce a pretendere diritti incivili, ignora del tutto la natura, convinto di dominarla. Così l’arte riflette questa follia. Abbandonata ogni utopia progettuale, si affida al segno tautologico di una realtà uguale a se stessa, producendo forme prive di significati simbolici. Esattamente come il “progresso” ha rimosso la fatica della vita quotidiana, l’arte, o ciò che ancora viene indicato con questo sostantivo, si affida alle effimere tracce del costruito, della tecnica. Sarebbe arduo cercare significati iconologici nell’arte di oggi. La qualitatività, la soggettività, e l’unità non sono caratteristiche differenti; sono invece aspetti di una sola caratteristica, questa caratteristica è la genuina essenza della coscienza di se, e del proprio rapporto con quello che sinteticamente e semplicisticamente viene chiamato “mondo”. L’artista non può produrre nulla se non partendo da ciò che ha dentro se stesso, cultura e sensibilità coltivata dentro di se. L’azione volontaria, semplicemente, ha un differente campo di coscienza rispetto a quello della percezione, ma nulla di ciò che penso e costruisco può essere in contraddizione con quello che sono. In questo senso non si può che prendere atto che tutte le cosiddette “cesure” nei confronti del passato, non nascono da un progetto, ma da un rifiuto. Il rifiuto della fatica della ricerca, l’umiltà che ispirava  gli artisti del passato, inducendoli a far tesoro di ciò che i loro predecessori avevano realizzato. Mentre il passaggio dall’arte romanica all’arte gotica, dall’arte gotica al barocco sono stati graduali, meditati, d’un tratto l’arroganza dei moderni, ha tutto azzerato, assumendo a giustificazione bizzarre teorie sincretistiche, nel senso originario del termine. Hanno gettato sensibilità e l’arte, nel crogiuolo divorante della tecnica. Una confessione d’impotenza, nell’eccezione latina del termine “confessione” che significa testimonianza.

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