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Le abitudini del pensiero  0

Cosa significa “agire razionalmente”? Le costruzioni linguistiche della filosofia e letteratura si limitano a descrivere e rendere intelligibili a se stessi gli esseri umani, o si propongono lo scopo di migliorarli? Ovvero ci migliorano per il solo fatto di farci riflettere? L’uomo contemporaneo è migliore del suo antenato di 5000 anni fa? Domande che la filosofia si pone alle quali solo trova raramente risposte. E’ un fatto che osservando la realtà, non sembra che gli stimoli al  pensiero, abbiano contribuito in modo determinate a modificare i comportamenti umani. Sembra prevalere l’atteggiamento di Mrs Grundy, celebre personaggio della commedia di Thomas Morton “Speed the Plough”, diventata proverbiale per indicare come la società si affidi alle abitudini di pensiero.  C’è chi sostiene che qualsiasi teoria filosofica vada contro il senso comune deve essere rifiutata. Un tesi spuria che rende di fatto superflua la filosofia dal momento che proprio per superare il senso comune la filosofia è necessaria, non convince il punto di vista espresso da Reid sulla questione, e nemmeno le teorie che, riecheggiando  le tesi di Reid esprimono G.E. Moore e J.L. Austin. La storia dimostra come sia abbastanza vera l’affermazione di Hume secondo cui l’uomo si affida più all’abitudine che all’intelletto. Heigegger sosteneva che la scienza è stupida. Di fatto è l’uomo ad essere molto più limitato di quanto crede. Tutta la storia della filosofia è il tentativo del pensiero di capire se stesso. Una sorta di psicogorrea i cui esiti sulla natura umana appaiono modesti. Ogni tentativo di  “anticonformismo”,  spesso costituito solo da  aspetti esteriori, o

effimere teorie, si traduce nel creare un conformismo di segno opposto. Marx  aveva proposto che i filosofi, che fino ad allora si erano limitati a descrivere il mondo, si adoperassero per cambiarlo. Non pare che ciò sia avvenuto. Tutti i tentativi di uscire dalle convenzioni si traducono nella creazione di nuove convenzioni. Le cosiddette “avanguardie” dell’arte moderna volevano abbattere le accademie, distruggere i musei, abolire l’istituzione dell’arte. Oggi le accademie sono occupate da ex  avanguardisti, nei musei ci sono le loro opere, l’istituzione arte è più forte che mai, anche se i prodotti sono in troppi casi francamente orrendi. La pretesa di originalità si è tradotta nel suo contrario, la diffusione delle opere seriali. Scriveva Spinoza: “ Noi non desideriamo niente per il fatto che lo giudichiamo buono, ma viceversa diciamo buono ciò che desideriamo, e di conseguenza cattivo ciò che non ci piace”. E ancora: “L’uomo libero è colui che vive soltanto secondo il dettame della ragione”. Ecco spiegato il senso di morte nella società contemporanea di cui scriveva Pasolini. E’ la ragione che produce la differenza. Infatti vi è una tale contiguità tra le opere dei contemporanei che spesso è difficile distinguerle le une dalle altre. La filosofia è ridotta per lo più a frammentata esegesi del pensiero degli antichi. Mai come oggi è stata forte la pretesa di originalità, mai come oggi vi è omologazione. I giovani vivono in grappoli, pensano collettivamente, vestono in modo che vuole essere originale ed è solo trasandato, sciatto, però con il logo ben in vista, anche sui capi intimi. Esattamente come per l’arte, non conta la qualità ma la firma imposta da marketing e pubblicità. Insensibilità e ignoranza si trasformano facilmente in cinismo, un paradiso per politici e sedicenti artisti miliardari. E’ il denaro infatti, null’altro, il segno di distinzione. L’amore è della specie descritta da Sant’Agostino: “Ci amiano come si ama il cibo: per consumarci.      barlume-del-tramonto

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Riflessioni,prassi,intuizioni.  0

Alcuni filosofi attribuiscono a Kant la tesi secondo cui l’arte sarebbe una prassi riflessiva, principio che pare essere  accettato da Hegel.  In realtà il concetto di riflessione  non  si concilia con la facoltà che viene vista come una prerogativa degli artisti: l’intuizione. Grazie alle opere d’arte, sostiene Bertram, le pratiche vengono messe alla prova, e solo dopo sono confermate  o trasformate. Concetto estremamente vago. La riflessione si nutre di conoscenza, i nostri pensieri sono frutto di un sapere che ha contenuti e dimensioni diverse. Il patrimonio di conoscenza accompagna e guida l’esperienza che è   squisitamente personale. La  “cultura” al contrario, è costituita dalle esperienze e  pensieri degli altri. Letteratura, filosofia, scienza  costituiscono forme di conoscenza che si protrae senza cesure fin dal giorno in cui il primo uomo tracciò un segno su una tavoletta d’argilla. Le nostre azioni e decisioni si attuano in ragione della commistione di sapere e di esperienza. Se quanto precede ha qualche fondamento, la definizione di creatività artistica impone un  riesame al fine di stabilire la vera natura della creatività, dopo averla  sfrondata dal mito della “intuizione”. Tale espressione è  usata come  passe-partout  per l’attribuzione di  indefinibili significati. Nel solco di Baumgarten, Herder, Hegel  l’oggetto “arte” è rimasto indefinito,  sicuramente lontano da ciò  che per Hegel  era la dimensione spirituale dell’arte. Storia, critica, filosofia dell’arte non hanno fin’ora colmata la cesura che si è venuta a creare allorchè le “avanguardie” hanno ribaltato il tavolo assumendo la necessità di azzerare  valori e attuare una radicale modifica della prassi. E’ vero che Kant, Hegel, Shopenauer , Schiller, Nietzsche  e altri hanno sviluppato le loro teorie  in  un contesto storico e culturale diverso. Oggi  però non avviene nulla di diverso, se i filosofi del passato erano condizionati dalla situazione socio-culturale nella quale  vivevano, la stessa cosa avviene oggi, a valori capovolti. Detto in altre parole, coloro che attuano l’ermeneutica dell’arte contemporanea  sono gli stessi che determinano il contesto culturale in cui tale arte  si realizza. Vi è tuttavia una differenza importante. Potrebbe essere espressa richiamando il noto slogan applicato in altro contesto: sapere meno, sapere tutti. Se nel ‘700-‘800 la cultura era appannaggio di una élite, oggi la cultura, con esclusione di quella  scientifica,  si richiama al passato,   parafrasando Roland Barthe, è scesa al grado zero, arte inclusa. Questa è una delle conseguenze delle presunzione delle cosiddette avanguardie  e degli intellettuali che non sono stati in grado di dare un senso alla cesura tra arte  e cultura di ieri e di oggi.             aaaaaaaaaaaaaaaaaaaa-OGGI-9

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Arte e cucina.  0

Vi è una relazione tra cucina e arte. L’argomento potrebbe essere declinato in vari modi, anche se sono lontani i tempi in cui lo stereotipo dell’artista era rappresentato da un individuo abbigliato in modo bizzarro, sempre affamato. I francesi, che alla cucina hanno sempre dedicata molta attenzione, chiamano la manipolazione che l’artista fa dei colori, la sua cuisine. Esistono dipinti destinati alla sala da pranzo. Vi sono ristoranti, come l’Asino d’Oro di Saint Paul de Vence, tanto ricco di opere d’arte alle pareti da apparire più una galleria d’arte che un luogo di ristoro. Certo la pittura non è tutta qui. La Venere di Botticelli, o un autoritratto di Rembrandt hanno altre dimensioni pittoriche. I critici hanno imparato a tout comprendre c’est tout pardonner, al punto che considerano opere d’arte le stoviglie usate, le cicche nel piattino del caffè, gli avanzi di cibo, non dipinti, ma semplicemente incollati alla tavola e chiusi in un contenitore di plexiglas  pronti per essere esposti nei musei. Sono opere del nouveau rèalisme di cui Daniel Spoerri è uno tra i maggiori esponenti. Tali opere, sono  trattate da importanti gallerie,  esposte in musei. Il minimo che si possa dire, senza entrare nel merito del gusto, e un’evidente mancanza di fantasia. Viene in mente la famosa boutade di Oscar Wilde “ chiunque chiami zappa una zappa dovrebbe essere costretto a usarla”. Minaccia vana. Non c’è da meravigliarsi se per l’arte non c’è più “critica” sostituita dall’”apologetica”, molto ben retribuita e, per dirla con i teologi in partibus infidelium. Ma si sa, il mercato ha le sue regole e non sarà certo il “culturame” a frenare l’impeto produttivo dei “nuovi maestri”. Duilio-Gambino

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Brevi cenni sull’origine dei fumetti.  0

 

Fu l’umorista e disegnatore ginevrino Rodolphe Topffer  con il suo pamphlet  sulle espressioni fisionomiche pubblicato nel 1845, a dare inizio ai disegni satirici, progenitori dei cartoni animati e fumetti ai quali Disney avrebbe dato lo sviluppo che conosciamo. In realtà il termine e l’uso della caricatura risale al Cinquecento. Gli inventori del genere furono artisti raffinati come i fratelli  Carracci.   Spetta Comunque a Topffer il merito, se vogliamo chiamarlo così, ad avere per primo utilizzatoil racconto a figure, o fumetto. Le storie comiche di Topffer, la prima delle quali ebbe l’ammirazione di Goethe, che  incoraggiò l’artista a pubblicarle. Sono gli antenati degli odierni cartoon fabbricati in serie. Un altro precursore tra i disegnatori comici fu Wilhelm Busch in Germania. Come spesso accade nella storia dell’arte, anche in questo caso un fattore personale e uno tecnico sono all’origine dell’invenzione. Topffer era figlio di un pittore paesaggista, divenne egli stesso pittore seguendo la scuola del padre. Ma una malattia agl’occhi gli impedì di proseguire l’attività e lo indusse a dedicarsi alla scrittura. Divenne noto pubblicando brevi racconti che vennero annoverati tra le gemme della letteratura svizzera. Tuttavia, benché i suoi occhi non gli consentissero di applicare una tecnica meticolosa, egli era attratto dal disegno  e sentì l’impulso di dedicarsi all’arte figurativa. L’invenzione di nuove tecniche grafiche gli fornirono l’occasione propizia. La litografia gli permise di disegnare senza impaccio e poter far riprodurre a poco prezzo i suoi disegni. Egli scrisse anche un breve trattato sull’espressione fisionomica che, alla luce dei successivi sviluppi, appare profetico. Hogarth utlizzo le indicazione di Topffer in una sequenza di immagini intitolata “Marriage à la Mode”. L’invenzione del ritratto caricaturale fu reso possibile dalla scoperta teorica della differenza tra verosimiglianza ed equivalenza. Vi  è ampia documentazione che anche il Bernini conosceva alla perfezione l’arte di trasformare le fisionomie. Divenne celebre la caricatura di Luigi Filippo che Philipon, l’editore di Daumier,  trasformò in una pera. Per questo denunciato e condannato, primo di una lunga serie di disegnatore satirici che subirono la stessa sorte.     aaaaaaaaaaaaaa-Superman

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La forma della luce  0

La tematica della luce  è stata affronta da filosofi e studiosi. Intorno al 1200 d.C  il francescano Roberto Grossatesta scrisse un libro, pubblicato in Italia nel 1986, con il titolo “Metafisica della luce”. La luce è  stata la base stessa della pittura. I pittori dei Paesi Bassi, van Dyck, Rubens, van Eych, Rembrandt, fecero di necessità virtù dipingendo la luce delle candele, interni tenebrosi e suggestivi. Gli  Impressionisti dipinsero la luce che dà forma a paesaggi e figure. Ma dall’inizio della storia della pittura la luce è una componente fondamentale dell’arte. La luce che cade dall’alto e illumina la scena di Paolo di Tarso caduto da cavallo nell’opera di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Episodio sul quale anche Pieter Bruegel aveva  realizzato un’opera dal titolo “La conversione di San Paolo”. La luce è ciò che dava significato alla pittura. Certo, la pittura cartellonistica di Warhol come di buona parte dell’arte contemporanea, non utilizza la luce, che forse non saprebbe neppure dipingere. Sono molti gli artisti che usano la luce fredda dei neon, più adatto ad insegne di locali commerciali che all’arte. Nel 1998 a Torino viene dato il via a una manifestazione denominata “luci d’artista” che consiste nel dare il nome di un artista a una luminaria costruita da un comune elettricista. La cosa non stupisce visto che il sindaco dell’epoca era Piero Fassino,  riuscito ad ottenere la laurea in scienze politiche alla tenera età di 49 anni, nonostante la ben nota tolleranza verso l’ignoranza delle Università italiane, ex comunista poi PDS, ora PD costui, per quanto insignificante, costituisce un sintomo del livello culturale della classe politica, la stessa che nomina direttori, per lo più direttrici, di musei, biennali, fiere e tutta la schiera di istituzione che non sono create per favorire davvero la conoscenza dell’arte, ma piuttosto, come dimostra il caso di Torino, per autopromozione dei politici. Non a caso, il compagno di partito di Fassino, il ministro della “cultura” Dario Franceschini, che in fatto d’ignoranza fa il paio con Veleria Fedeli ministro PD della Università, ha abolito l’accesso gratuito ai musei  per le persone oltre i 65 anni. In compenso, come abbiamo già segnalato,  finanzia cene e bagordi alla Biennale di Venezia del 2017, direttrice la francese  Macel, nomen omen. Ecco che in questo brevissimo escursus abbiamo tracciato la parabola discendente dell’arte grazie al  connubio  tra la modesta cultura degli artisti, ormai soggetti all’influenza USA, e la politica “culturale”. Per la cronaca  fin dagli anni ’60 del secolo scorso Sol LeWitt e Dan Flavin, due artisti USA,  realizzarono opere con i neon. Dunque dalla magia della luce, indagata da Roberto Grossatesta, usata dagli artisti fiamminghi  e dagli impressionisti, siamo approdati alla banalizzazione anche della luce, in un percorso di discesa dell’arte agli inferi  che non sembra avere fine. astratto-24

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Accanimento terapeutico.  0

La storia della letteratura, filosofia, arte, sembrano orientate ad imprimere  una sequenzialità logica, quasi che ogni singolo autore  prosegua come la staffetta di chi l’ha preceduto. I testi sono infarciti di citazioni e richiami  a supporto della tesi che si vuole sostenere. Non c’è dubbio che la cultura si riferisce necessariamente al passato, dal momento che non si può far riferimento a ciò che non è stato. Accade che l’ermeneutica  contemporanea  di opere del passato, compia errori di prospettiva, arrivando a presumere di decifrare pensieri e intenzioni degli  autori. Se osservassimo con disincanto le opere realizzate nei secoli passati, ci renderemmo conto che il percorso verso il degrado, tecnico, iconologico, culturale, è stato costante. Non pochi artisti furono consapevoli di ciò. Intorno al 1830 nasce in Europa il romanticismo, un tentativo  di contrastare  l’ideologia  che  accompagna la rivoluzione industriale.  Nel 1905 si delineano  in Francia le prime avvisaglie di quella che sarà definita “avanguardia”, termine di matrice militare ridicolizzato da Roland Barthes. L’Impressionismo. Caillebotte, Corot, Coubet, Degas, Manet, Monet, per citare alcuni artisti dell’epoca, non facevano che rappresentare la borghesia, un piccolo mondo con i suoi  aedi come Baudelaire, Chamfleury, Zola. Tutto molto romantico e affascinante, ma non era altro che la rappresentazione di un piccolo mondo, l’arte come prassi, ipotizzata da  Georg W. Bertram, nel libro che ha appunto il titolo “L’arte come prassi umana”, pubblicato all’inizio del 2017, non tiene conto dei fattori reali.  Manet, Morisot, Caillebotte, ritraggono personaggi in redingote e cilindro e  il loro mondo.  Fare dell’arte prassi di vita, implica un processo di maturazione socio- culturale di cui non si vede traccia. Quando Cézanne descrive l’artista  come “ organo ricettivo, un apparecchio di registrazione per l’impressione sensibile”, per ciò stesso condanna l’arte all’estinzione. Oggi prevale  quello che Broch  chiama uomo/donna Kitsch, il rapporto con la prassi, o realtà sociale, si basa su forzature alle quali l’estetica è estranea. Alla Biennale di Venezia del 2017 la Macel, per dare senso allo slogan che dà titolo alla manifestazione “Viva l’arte viva”, non trova di meglio  che organizzare pranzi con e per artisti. Ospiti sono tra le altre  Kiki Smith,di cui si ricordano le sculture di donne defecanti.  Costei fa parte di una folta schiera di artiste femministe, Sherman, Abramavic, Renee, Cox,  Joana Vasconcelos  che alla Biennale del 2005 presentò come opera d’arte  un lampadario realizzato con tampax. A quale prassi si riferisce Bertram? Si è reso conto che gallerie come quella di Elizabeth A. Sackler  del Center for  Femminist  Art, stanno proliferando in tutto il mondo coadiuvate dal fatto che la maggior parte delle istituzione pubbliche dell’arte è affidata a donne?  La verità è che la borghesia ha escogitato un sistema trasversale, anche attraverso il femminismo, ha  creato un sistema dell’arte la cui base è il mercato, i cui alfieri sono critici e filosofi che si affannano per dare un senso a qualcosa di depravato, blasfemo, tenere in vita ciò che un tempo era indicato con il sostantivo arte e non appartiene più alla contemporaneità.  aaaaaaaaaaaaaa-RENEE-COX-2

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Antropologia dell’arte.  0

Se, come sostiene Jullien, l’essere umano è sopravvissuto  solo grazie alla bellezza, non c’è dubbio che  l’arte contemporanea è un sintomo di decadimento non solo culturale, ma di una vera e propria incapacità di percezione estetica. L’antico gioco dell’arte impegnato nella ricerca di proporzioni e dal confronto natura cultura, si è arenato nella tecnologia. Anche il riferimento cinese dello Yin e dello Yang, si è dissolto nella confusione dei sessi , dispersi in un’anonima ricerca di piacere. L’Occidente ha reso  vacuo ogni riferimento che possa avere un vago richiamo alla natura. L’esperienza estetica  ha abbandonato la prassi dell’Homo Sapiens  per rifugiarsi in un disorientante e superficiale edonismo fine a se stesso. E’ uno degli aspetti dell’ebbrezza della libertà. Non è più possibile il confronto con l’indeterminatezza del vivere. Il dettato di una antropologia filosofica che ha sempre tenuto conto dei limiti e fisici dell’essere umano, è, per così dire, tacitata dalla tecnica che sembra offrire soluzioni per tutto.  Il carattere autoriflessivo della rappresentazione  dell’eidos è superato dalla riconosciuta insignificanza del segno come tentativo di rappresentazione . Il riduzionismo contemporaneo si associa alla banalizzazione come approccio semplicistico alla pratica sociale. Il valore dell’oggetto estetico è determinato dall’arbitrio mercantile e supportato dalle tecniche della comunicazione propagandistica che include quella che nacque come critica d’arte. Il paradigma  ermeneutico di Danto traccia il percorso nel quale si decanta il senso dell’opera per lasciare spazio alla narrazione filosofica e critica. L’esperienza estetica è ridotta a consiglio per gli acquisti. Neppure Nietzsche, che pure aveva affrontato il tema dell’indeterminatezza umana, avrebbe potuto immaginare che la cosiddetta “autonomia dell’arte” si sarebbe arenata in suk nel quale i critici sono i commessi che consegnano l’opera con certificato di garanzia sulla valenza  estetica.    aaaaaaaaaaaaaaa-Punk

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Il problema è il linguaggio.  0

Forse il problema nasce dal linguaggio. Usiamo sostantivi che non sono più adeguati ad esprimere le realtà sottostante. Arte, filosofia, sociologia, politica, democrazia, cosa significano oggi? A prescindere dall’ analisi di dettaglio, esiste una sovrapposizione semantica  che finisce per incidere anche sulla epistemologia. La frammentazione del sapere produce disorientamento cognitivo  e lascia spazio a pregiudizi , leggende metropolitane, posizione settarie  e configurazioni neologiche che nascondono altrettanti pregiudizi  devianti. Il pluralismo confuso, non dà contributo alla ragione, ma rappresenta piuttosto una sorta di abdicazione dell’intelligenza. Sopravvive solo chi si mette in scena meglio. La menzogna come strumento di successo sociale e politico. Vittima di questa  falsificante rappresentazione è anche l’arte, nella sua  forma più vera. Peter Sloterdijk .segnala la corrispondenza tra cimitero e museo. La folla che affluisce ai musei, perché indotta dalla pubblicità è la stessa che si accalca nei concerti rock e nelle partite di calcio. Il difficile smaltimento culturale delle pulsioni indotte e rese difficile dal fatto che la montagna dei rifiuti cresce più rapidamente della montagna del sapere. Il museo contribuisce a smaltire le presunzioni di sensibilità. Scriveva Nietzsche: “ L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo sopra l’abisso”. La cifra dell’arte contemporanea  è l’arbitrio estetico che ha lo scopo di approssimarsi al valore più alto.  Per questo nelle Fiere, Biennali  e manifestazioni varie, la mondanità prevale sulla cultura. La cultura va capita, la mondanità è solo vissuta. “Le opere vengono esposte come azioni alla borsa estetica” (Sloterdijk) In questo bailamme mondano commerciale quale posto occupa la filosofia dell’arte? Quale potere ha di riesumare valori ormai cancellati dall’irruenza del mercato? Per quale ostinata ignoranza continuare ad utilizzare il sostantivo arte per manufatti dall’oscura semantica? Non sarà un caso se, alla Biennale d’Arte di Venezia del 2017 ai seminari sull’arte sono state sostituite le cene con artisti, per lo più artiste? perestroyka10

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A cosa serve la Biennale d’arte di Venezia?  0

Se è vero che la violenza è, in misura diversa, parte del DNA dell’’essere umano, è altrettanto vero che la violenza  è alimentata da larghi strati  della società  e dalla cultura contemporanea, cinema, tv , cronaca. Vi sono molti aspetti della violenza. La violenza fisica è quella più visibile, per questo più esecrata. Peter Sloterdijk  nel suo testo “L’imperativo estetico”  rileva come ”Il più perfetto matriarcato del mondo, sono gli  Stati matri-alimentari Uniti  d’America”.  In parallelo, in ragione della compulsione  femminile  al consumo, si attua quello che  Ernest Gellner ha definito: “L’internazionale dei consumatori  senza fede”.  Tale fenomeno ha da tempo investito il mondo dell’arte, non a caso, vede sempre più la dominanza femminile. Bourdieu ha definito questo meccanismo nei termini di  violenza simbolica. Violenza è anche l’imposizione di qualcosa di  iniquo, come le leggi di genere che  alterano ogni sana competizione meritocratica. L’accampare diritti di rivalsa, come fanno le femministe, è un espediente decettivo.  Che dire della violenza  estetica ?  Comportamenti volgari, sguaiati, osceni in luoghi pubblici e nelle strade, rappresentati in modo insistente  da tv e cinema. Quale  difesa può attivare chi si sente profondamente offeso da tali esibizionismi?  La violenza si manifesta in ambito socio-politico. Molte di queste iniquità sono elencate da Shakespeare nel monologo di Amleto. “… le offese e i torti che la virtù patisce conculcata dai tristi, della legge gli indugi..” . Lucrezio  suggerisce presa di distanza, e isolamento  in “La natura delle cose”. Purtroppo non sempre è possibile fuggire. Quando si vive in una società si è soggetti all’arroganza del potere, ai piccoli soprusi quotidiani di funzionari frustrati al servizio di oligarchie politiche ed  economiche, che inquinano la società . Anche il mondo dell’arte è soggetto a questi  virus. La Biennale dell’arte di Venezia è da anni dominata da un  certo Paolo Baratta (nomine omine) sotto la cui guida le manifestazioni  sono sempre più squallide e dominate da oligarchie mercantili/ mondane, con grande  riguardo a donne e arte statunitense. La Biennale dell’arte del 2005, affidata a certa Maria de Corral, passò alla storia come la Biennale dei Tampax, per un’opera, un lampadario fatto di Tampax, realizzata  della conterranea della curatrice, certa  Joana Vasconcelos. Quest’anno, 2017, un’altra donna Christina Macel, è stata designata da Baratta a dirigere la Biennale. Costei non trova di meglio che organizzare cene per e con artisti, ovviamente a spese dei contribuenti italiani. Per finanziare i festini di  pochi eletti, la Marcel non ha trovato di meglio che  negare l’accredito, cioè l’ingresso gratuito alla Biennale,  ai non iscritti all’ordine dei giornalisti. Significa escludere tutti coloro che, a vario titolo, curano siti e Portali web dedicati all’arte pur non essendo iscritti all’Ordine dei giornalisti, una delle tante caste nostrane. Voler burocratizzare l’arte è un atto di arroganza inaudita, affidata per lo più a oscuri funzionari  che attuano le direttive dei vertici. Anche questa è una forma subdola di violenza contro la quale è impossibile opporsi. Il potere ha concesso la delega  alla Macel, la quale detta le regole della Biennale che i contribuenti italiani pagano. Di questo è al corrente il sig. Franceschini  ministro pro tempore della cultura? Certo non è una tragedia, il sopruso ha il valore del costo del biglietto, ma  resta un sopruso, cioè un atto di violenza burocratica. Donne libere di..

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Il canone del disgusto.  0

Esistono ancora artisti o ci sono solo più geni? Quando l’insieme dei saperi si arena in un solipsismo cinico, la ricerca di miti diventa una sorta di virus mentale, una via di fuga dalla razionalità pensante. L’annuncio di una mostra di Maurizio Cattelan, rigorosamente in inglese “Be right back” , la locandina pubblicitaria precisa: “il Genio che ha rivoluzionato l’arte contemporanea”. Sorge spontanea la domanda: quanti sono i “geni” che hanno rivoluzionato l’arte contemporanea? A partire dai Futuristi, Dada, Fluxus, Pop Art, Arte Povera, Transavanguardia, Punk Art. Tutti geni? Tutti rivoluzionari? La mia opinione è che si tratti per lo più di mediocri soggetti esaltati dalla critica e sostenuti dalla propensione al kitsch delle masse contemporanee. Basta fotografare clochard ed esporli in mostra per riscuotere il plauso della critica. L’arte non dovrebbe essere sociologia, ma rappresentare, in forma metaforica, aspetti della realtà. Si resta perplessi nel leggere su quotidiani nazionali, di proprietà di capitalisti, con redazioni di giornalisti garantiti e lautamente retribuiti, che nella presentazione di una mostra al PAC di Milano scrivono: “ ..c’è sempre qualcosa di dignitoso in queste persone (accattoni) che non riescono ad essere funzionali all’interno di un sistema corrotto e sfruttatore..”. Così il capitale e suoi accoliti recitano due parti in commedia, mentre i veri derelitti, che non sono solo gli accattoni, ma molte vittime di un potere che, si autodefinisce democratico, favorisce, anzi impone, forme di disordine e disgregazione sociale. Siamo di fronte a saperi negati senza che siano stati davvero compresi nella loro complessità socio-etica. Abbandono spurie teorie e semplificazioni ideologiche che pretendono di attuare un’ermeneutica della realtà. Chi parla, chi agisce, chi risolve; chi paga il prezzo delle semplificazioni teoriche o, nel caso dell’arte, dell’ossequio al mercato. L’arte costituisce anch’essa un piccolo tassello di una molteplicità sociale che agisce nel profondo delle coscienze, qualsiasi cosa si intenda con “coscienza”. Come scrivevano Deleuze e Guattari in Rizoma, il libro è una piccola macchina da guerra. Il problema è che gli intellettuali non la sanno usare e sparano a casaccio. I libri di oggi in generale non descrivono né informano, non nutrono la coscienza collettiva. L’arte ha cessato da tempo di imitare la natura, la scrittura ha cessato di occuparsi della realtà, per quella che è, non vista attraverso l’immaginazione di bolsi soloni al riparo dalla conseguenze del loro teorizzazioni. L’elenco delle correnti artistiche, elencate sopra, è in parallelo con le mode, gonne lunghe, gonne corte, voile o jeans. La massa,suggestionata dai media, seguirà passivamente. Conformismo rassegnazione e disgusto sono le cifre della modernità. aaaaaaaaaaaaaaaa-6-giugno-2017

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