Post by Category : arte e cultura

Critica e immaginazione  0

La critica artistica è concepita come una ricerca dei nessi, forme strutture, come una summa, un sistema, una griglia o un codice di differenze precise e sottili il più possibile, di “sfumature” sempre più delicate. Sebbene non abbia a che vedere con le idee generali, segue la ricerca di differenze, citazioni. Se è vero che l’ispirazione è squisitamente individuale, la cultura che la ispira appartiene al patrimonio collettivo. L’artista, attraverso il linguaggio dell’arte, attraverso e grazie all’ispirazione/intuizione dovrebbe essere in grado di comunicare il significato del frammento di realtà che esplora. Accade invece che critica e artista procedano su percorsi paralleli, indugiando specialmente tra interpretazioni psicologiche e contestualizzazioni estemporanee. Tenuto conto che il maggior sforzo compiuto dagli artisti nell’ultimo secolo è la presa di distanza dalle forme classiche, sembra improbabile trovare un aggancio con la storia dell’arte, se non facendo ampio ricorso alla letteratura, una sorta di copia e incolla che serve forse al tentativo di dare giustificazione ad opere francamente insignificanti, nel senso letterale del termine, ma certo non aiuta ad accrescere la conoscenza della discussa fenomenologia dell’arte contemporanea. Tanto più quando celebrati filosofi dell’arte come A. Danto, il quale si ritiene titolato per definire la Metafisica di Aristotele ciarpame. Dubito che Danto abbia letto i 14 libri che costituiscono il corpo della Metafisica di Aristotele. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che il primo libro è  l’archè della storia della filosofia, nell’insieme dei libri è contenuto in nuce il successivo sviluppo del sapere dell’Occidente. E’ preoccupante che a simile personaggio l’Università di Torino abbia conferito la laurea honoris causa, ennesima dimostrazione della prevalenza del potere di suggestione degli USA sulla cultura europea e in particolare italiana.GIORGIONE.jpg-500

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Immaginazione felice  0

Quando nel 1918 venne pubblicato: “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, poteva sembrare una profezia azzardata. In realtà abbiamo assistito, e assistiamo, a una serie di fatti che confermano pienamente quella che era l’idea di Spengler. L’occidente sembra incapace di riprendere un percorso sano di una civiltà che, come la storia dimostra, non si è mai interamente realizzata nella sua modernità, anche se un tempo si immaginava felice. E’ chiaro che in ragione della natura dell’essere umano, non può esistere una civiltà compiutamente equa solidale della quale farneticano, spesso in malafede, i politici. L’argomento al quale  vorrei accennare brevemente è la ragione per cui Spengler ha scritto “ Il tramonto dell’Occidente”, in un periodo in cui si percepivano gli scricchiolii sempre più marcati anche nel campo della cultura. Si profilavano le prime avanguardie distruttive. Qualcuno ha sostenuto che i DADA  nutrivano una sorta di odio per l’arte. Probabilmente era vero, a mio avviso l’azione delle avanguardie, non solo DADA, è stato soprattutto un atto di presunzione a cui non corrispondeva una cultura adeguata. Einstein aveva, si  suppone, un docente, un maestro che l’ha guidato nei primi passi del sapere. Seguendo gli insegnamenti del suo maestro ha poi fatto passi avanti e lo ha di gran lunga superato. Le avanguardie hanno preteso di ignorare i maestri che le avevano precedute. La stessa presunzione di “essere artisti” era tutta da dimostrare. Hanno agito come se si trovassero al grado zero dell’arte. In realtà sono state proprio le avanguardie a portare l’arte al grado zero adottando una serie di espedienti attuabili a prescindere dalle specifiche competenze, che avrebbero dovute essere apprese; non solo le competenze di carattere per così dire tecnico, ma la stessa base culturale indispensabile per  la realizzazione di opere che abbiano un significato. Tutto ciò avrebbe  dovuto essere appreso. Come scrive  Jean Francois Lyotard in “La condizione postmoderna”. “Non si insegna ciò che non si sa” . Più generalmente non si produce nulla senza sapere. Ecco quindi che se ad un certo punto gli artisti hanno supposto di poter fare a meno della conoscenza tecnica e umanistica che era la base della produzione artistica. Gli esiti che oggi constatiamo erano prevedibili.

 

Opere di Banksy – Senza titolo – Art Streetbanksy 10

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Tra immaginazione e memoria  0

Raffaello Sanzio da Urbino  in una lettera  a Baldassare Castiglione  scrive:…”io mi servo di certa idea  che mi viene in mente. Se questa ha in sé alcuna eccellenza d’arte , io non so:  ben mi affatico ad averla”. Con Raffaello si viene delineando  un’idea  che il Rinascimento aveva coltivato, e poi finito  per dirottare  nella ricerca di immagini umanistiche  della prospettiva ideale. Nella “Scuola di Atene” ,  Raffaello raffigura Aristotele  che con la mano destra indica la Terra , in contrapposizione a Platone che indica il cielo, e nella mano sinistra tiene un volume sul cui dorso spicca la scritta “ETICA”.  Era questa la cultura degli artisti del Rinascimento che hanno creato la prospettiva, la quale non era solo una escogitazione geometrica, ma il senso stesso che orientava la pittura nella ricerca di regole espressive che sono alla base dei  capolavori che conosciamo. La bellezza emblematica , sostenuta da una forte convinzione tra arte, letteratura e filosofia., Ut pictura poêsis che culminerà nel Seicento, ancora su quell’esempio con Pussin. “Universalia sunt ante rem”.  Nel 1506 Zorzi di Castelfranco Veneto, detto il Giorgione dipinse “ I Tre filosofi” , presumibile un richiamo alla tre filosofie teorizzate da Aristotele, anche se l’arcano non è ancora stato risolto dagli studiosi dell’arte.  Il tema è affrontato  da Gombrich commentando il perfetto simbolismo contenuto nelle opere degli artisti rinascimentali. Anche Wimckelmann nel 1775 affronta l’argomento nei “Pensieri sull’imitazione dell’arte nella pittura e nella scultura”. Va da se che affrontare questi temi  relativi all’arte quando  costituiva la fusione tra cultura, immaginazione e memoria,  paragonare questo vertice di  sensibilità artistica a uno dei tanti imbrattatele come  il  tedesco, Gerhard Richter, il quale, sull’onda del suo successo commerciale, pretende di confrontarsi  con Tiziano Vecellio, è qualcosa che intristisce. Soprattutto è difficilmente comprensibile  come la cultura artistica italiana abbia abbandonato la propria storia per celebrare in modo acritico una certa idea di contemporaneità.

 

Opera di Salvatore Garau “Rosso rotto”, 2018

 

 

 

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Natura e mito.  0

Dopo 25 secoli resta comunque valida la domanda: “A cosa serve la filosofia?”. Paradossale  che la risposta possa venire solo la filosofia. Chi altri  ha interesse a dare una risposta, e  riproporre la tesi che solo la filosofia ci aiuta ad esercitare  e  liberare la mente. E’ davvero così? La filosofia concorre a dissipare i miti, tenere a bada i turbamenti dell’anima, consolidare la potenza di un pensiero chiarificatore. Ma questo è possibile  solo se, e solo se, riesce a purgare se stessa e dare lucidità al proprio sguardo sul mondo, sulla natura. In “De rerum natura” Lucrezio sostiene che la natura si oppone al mito. Nel descrivere la storia dell’umanità, Lucrezio ci presenta una sorta di legge di compensazione indicando il mito come fonte delle molte difficoltà dell’uomo nell’affrontare la realtà di una natura che non è quasi mai rispettata. Per Lucrezio gli eventi che fanno l’infelicità dell’umanità non sono scindibili dai miti. Distinguere nell’uomo ciò che fa parte del mito e ciò che fa parte della Natura, e  nella Natura stessa ciò che è necessario salvare oppure superare. Il mito è sempre espressione del falso  infinito e del turbamento dell’anima, stati che il Naturalismo tenta di arginare. Ma il Mito è come un idra dalle molte teste ognuna delle quale contiene pensieri devianti. La modernità non crede nei miti, e tuttavia ne crea continuamente. Sono miti effimeri  come  le spurie teorie  che li alimentano. Lo spirito del negativo si nutre di apparenza, rifugge dalla concretezza  di un pensiero guidato dall’essenzialità di ciò che è vero. Il Naturalismo, secondo Lucrezio, è il pensiero positivo che rispetta la Natura e non inquina le menti. Pare che alla fine della sua vita Lucrezia sia diventato pazzo, in questo e in altri aspetti simile a Nietzsche che, attraverso altri percorsi, perseguiva lo stesso scopo. Forse la pazzia è stato un premio della natura  perché chi l’amava, alla fine dei suoi giorni non fosse consapevole della sconfitta. Oggi dove mai cercheremmo la Natura nel devastato e devastante mondo nel quale la realtà è creata dalla tecnica e anche l’arte è l’ancella di mammona.

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Destino necessario.  0

Sarebbe utile, per chi ne è capace, soffermarsi sulle scelte e gli atti che costituiscono la nostra vita. Sesto Empirico filosofo  dell’antica Grecia, scrisse: “la saggezza (phroneis) è una determinata scienza della vita capace di discernere tra il bene e il male e procurare felicità”. Socrate, padre di tutte le speranze filosofiche di felicità, aveva posto al centro della sua filosofia la distinzione tra il bene e il male. Problema che esula dal pensiero dei cinici. Da Antistene, Diogene, Cratete la  loro vita era improntata ad assoluta semplicità e parca di consumi. Così come la vita ha una sola e unica origine per tutti gli esseri viventi, anche la logica che determina ogni più piccolo accadimento corrisponde a una unica legge. Quando non siamo in grado di capire le ragioni di ciò che accade ci affidiamo a parole come “caso” e “destino”. Lo studioso di scienze naturali Jacques Monod, premiato con il Nobel insieme a Francois Jacob, nel 1970 scrisse un libro di grande successo: “Il caso e la necessità”. Nel libro egli sosteneva che la natura agisce in base a principi che non sempre siamo in grado di capire. Le scelte che noi compiamo ogni giorno non possono essere stocastiche, umorali, perché questo significherebbe rinunciare al tentativo di dar un senso alla nostra vita. Anche nell’arte vi una buona dose di casualità, specie nell’arte astratta, anche se artisti e critici insistono su un determinismo programmato. Si racconta che il pittore dell’antica Grecia Apelle dopo avere compiuto molti tentativi di dipingere la schiuma sulla bocca di un cavallo, irato e frustrato, gettò la spugna intrisa di colori contro l’opera incompiuta, ne ottenne con stupore l’effetto desiderato. Nell’Etica Nicomachea,  Aristotele tenta di chiarire la necessità dell’uso della ragione nelle scelte che compiamo, e nello stesso tempo coltivare quel minimo di saggezza che ci consente di accettare ciò che la sorte affida al caso. Aristotele nel trattato “Sul bello” usa la metafora della statua, lo scultore di una statua deve togliere, raschiare, lisciare, ripulire finchè nel marmo appaia la bella immagine  che si proponeva di realizzare. Così, per rendere la nostra vita bella, dobbiamo sforzarci di eliminare la menzogna, il superfluo, tutto ciò che è  inutile. Il cumulo delle cose di cui ci circondiamo appesantisce la nostra stessa esistenza, finisce per renderci schiavi di ciò che non è necessario, si tratti di oggetti materiali, di comportamenti  o di atti.

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Cattivi maestri.  0

La contemporaneità, in assenza di valori di riferimento, pone sul piedistallo miti assolutamente effimeri. Levi Strauss ha rivelato realtà che svelano la quinta essenza di un patrimonio ambientale universale  restituiti in un affresco fatto a loro dimensione. Libri  nei quali, senza riguardo alcuno alla realtà. vengono scorticati frammento per frammento sotto i nostri occhi in un progetto di possessività esorbitanti e vengono costretti a sputare fuori tutto il mondo interiore, pensieri, economia, famiglia il desiderio, sciorinare sotto i nostri occhi le situazioni imbarazzanti che il nostro residuale istinto ci mette di fronte. Intimità dispersa nel vissuto sociale. Nel 1937 Roland Barthes diede alle stampe  un libro dal titolo “Mithologies”,  pubblicato in Italia dall’editore Lerici nel 1962 con il titolo “Miti d’oggi”. Barthes prende lo spunto dall’attualità di allora che già lasciava intravvedere la deriva verso la quale  la società occidentale era avviata. L’economia, la famiglia, la libertà sessuale delle donne formano ormai l’aspetto caratterizzante della realtà sociale nella quale viviamo. Prassi,  incoraggiata dai mezzi di comunicazione e dallo spettacolo, debolezze e vizi resi  incoercibili. Le frenesie tenute a bada, fino alla metà del secolo scorso da un residuo di pudore borghese,  oggi ha rotto gli argini, viene a profilandosi  un  quadro di pratiche e rappresentazioni normalizzate e rese ordinarie mano a mano che l’indottrinamento sociale attuato da media e nuovi “maestri” va ad effetto. Rifiutare il  sapere, abbandonarsi al piacere. Ulisse avrebbe dovuto mettersi a ridere quando la sublime voce di Orfeo scatena la rabbia delle sirene e quando esse si indispettiscono a morte per non essere riuscite ad attirarlo nel loro covo. La realtà  oggi ha superato di gran lunga ciò Barthes narra nei miti d’oggi. Siamo al punto in cui  vengono scritti i libri che decantano il fallimento, lo  considerano un valore della società  contemporanea. Questa presa di posizione è legata al crollo  politico-culturale della sinistra. Quando lo strabismo ideologico, arriva  a valorizzare la resa, significa che non è più ipotizzabile un futuro per i giovani, almeno in Italia.”Elogio del fallimento” di Recanati  non è certo uno stimolo un’indicazione di speranza per il proseguimento di un impegno culturale sociale che possa accrescere la dimensione umana e conferire motivi per i quali valga la pena di affrontare la difficile realtà del mondo contemporaneo. Il fallimento della sinistra lascia sul campo scorie  di amoralità e devianze culturali dalle quali non sarà facile liberarci. La sinistra tenta di far  coincidere il proprio fallimento con il fallimento della intera società italiana,che tuttavia conserva ancora brandelli di positività. Dopo  73 anni di lavaggio del cervello praticato dalla cultura della sinistra con tale efficacia che i giovani arrivano a battersi  contro se stessi e non vedono il fallimento politico davanti ai loro occhi. Forse dovremmo fermarci e riflettere, tentare di escogitare possibili soluzioni per  dare un senso e un futuro all’esistenza delle generazioni che verranno. Non sarà facile, tanto più perché  i cattivi maestri non si arrendono al loro fallimento, vorrebbero usare la loro frustrazione per alimentare uno scontento sociale nella speranza che questo consenta loro di riconquistare consenso e potere. Cacciari, vecchio arnese della sinistra estraparlamentare,  ha emanato  un proclama contro i “populismi”. In realtà è un tentativo di lanciare un salvagente a una classe politica e culturale sommersa dai propri fallimenti.

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Aporie  0

Dopo che i movimenti storici d’avanguardia hanno svelato l’istituzione arte come soluzione dell’enigma dell’effetto, o della mancanza d’effetto, dell’arte, nessuna forma artistica può rivendicare la pretesa di valere per un tempo indefinito, solo per se stessa. La pretesa è stata liquidata definitivamente. Non è stato ancora chiarito il significato dell’avanguardia per la teoria estetica contemporanea, questione a suo tempo affrontata da Adorno. Sull’argomento Burkhardt Lindner ha fornito uno degli spunti più interessanti, egli afferma che nel suo intento di superamento dell’arte nella prassi vivente dell’avanguardia può essere pensata come il più radicale e coerente tentativo di salvaguardare l’universale pretesa di autonomia dell’arte contro tutti gli altri ambiti particolari della società  conferendo ad essa un significato pratico. Ovviamente simili giudizi globali andrebbero definiti nelle loro sfumature. Il significato della cesura nella storia dell’arte, provocata dai movimenti storici, non è consistita nella distruzione dell’istituzione arte, ma nella impossibilità di considerare valide le norme estetiche. E’ sfuggito ai movimenti dell’avanguardia, che eliminando il riferimento si rendeva possibile ogni sviluppo dell’aporia. Anche per questo l’avanguardia ha fallito. Grafica-248

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Accanimento terapeutico al capezzale dell’arte.  0

La morte dell’arte, annunciata da Hegel, deve fare i conti con l’accanimento terapeutico  del mercato che non si rassegna alla rinuncia del lucro. Per questo il cadavere è tenuto in vita artificialmente da una pletora di “teorici” che inventano sempre nuovi punti di osservazione. Per Heidegger   l’opera d’arte non è il prodotto di un conflitto, ma il conflitto stesso. Soltanto che il conflitto ha cambiato natura. Non è più l’accadere della verità nella sua natura più profonda, ma piuttosto una rassegnata adesione alla richiesta di una civiltà dominata dal consumo. Annullato ogni afflato  religioso, abolite le regole di comportamento civile, ridotta la cultura a fini funzionali in vista di attività lucrose, i vari modi attraverso i quali la verità stabilisce se stessa, appaiono inutile ciarpame del passato. Si può dire quindi che l’opera d’arte ha i limiti della sua forma. Il godimento dell’opera d’arte non deriva dalla visione dell’opera stessa, tanto meno dalla comunicazione gnoseologica che trasmette, ma esclusivamente dalla capacità di conferire all’acquirente uno status sociale e una possibilità speculativa. L’artista oggi è un produttore di oggetti privi di valenza culturale. Questo mutamento radicale ha avuto inizio con le cosiddette avanguardie che hanno rifiutato l’esperienza estetica  perché considerata retaggio del passato. E’ come se uno scrittore volesse continuare a scrivere rifiutando  l’alfabeto perché residuo del passato. Per quanto possa apparire surreale è esattamente ciò che è accaduto. Il sostantivo arte non è però stato rimosso. Dell’artista al fin la meraviglia che il funambolismo continui a funzionare, con l’instancabile ricerca di spunti di provocazione e “originalità” sempre più difficilmente reperibili. L’artista agisce dunque all’interno di un circuito mondano del quale gli intellettuali, critici e filosofi dell’arte, sono gli aedi, essi  partecipano alla divisione del bottino. Qualunque cosa significhi una opera d’”arte” oggi, il collezionista raramente è interessato a conoscerla. DIGITAL CAMERA

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La grande letteratura Russa.  0

 

 

Come e forse più che la rivoluzione francese del 1789, la rivoluzione russa fu preparata e seguita dai grandi scrittori. Oggi, quando si parla di cultura, si tende a dare un gran peso all’internazionalismo e al multiculturalismo, soprattutto  si tende a negare  le radici nazionali della cultura. E’ curioso che la Russia abbia dato vita a una quantità di grandissimi scrittori, alcuni forse sopravalutati, come Leonid Andreev, di cui Piero Gobetti fu grande ammiratore e  che citò nel suo libro Il “Paradosso”. Ma non c’è dubbio che l’elenco degli scrittori che hanno lasciato il segno nella storia, non solo nella letteratura, sarebbe davvero lungo. Dostoevskij,Gor’hij, Tolstoj, Pastenak, Puschkin, Turgenev. Vi è un aspetto singolare; a tanti talenti letterari non fanno riscontro filosofi di pari levatura. Quando Lenin si cimentò con la filosofia scrisse: “Empiriocriticismo”. Non  certo un tema che possa aspirare  a rappresentare il vertice del pensiero filosofico. In compenso  molte opere di  Dostoevskij sono considerati i veri  e propri trattati di psicologia.  i Turgenev  a sua volta trasse ispirazione dalla filosofia di Schopenhauer . “Padri e figli”  è chiaramente ispirato alla filosofia del filosofo tedesco preferito dallo scrittore il quale  non apprezzava affatto Hegel. L’interesse per Schopenhauer, anche se non poteva diventare fenomeno di massa, fu assai diffuso  nella Russia del tempo di Turgenev. L’altro grande schopenhaueriano della letteratura russa fu Tolstoj.Se confrontiamo la qualità e i temi degli scrittori citati, altri se ne potrebbero aggiungere,  e  seli paragoniamo alla letteratura contemporanea mediamente considerata non abbiamo motivo di ottimismo. Gli aedi del progresso si affannano a valorizzare il presente, il dubbio è che non conoscano il passato o che non abbiano capito il presente che esaltano.

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Da Apelle a Warhol  0

Nel continuo borbottio  che è oggi la cultura contemporanea, pare emergere una asettica accettazione della kantiana  “cosa in sè” avversata da Hegel. Dove la cosa in sè si riduce  a una serie di icone prodotte da chi, dopo aver messo in discussione i cosiddetti stereotipi della cultura e dell’arte, li ha semplicemente sostituiti  con riferimenti iconici di basso profilo. Il profluvio di articoli e libri sull’arte sembrano seguire la coazione indicata nella “Colonia Penale” di Kafka che consiste nel continuare a parlare laddove nulla si può dire, così capovolgendo il monito di Wittgenstein. Il linguaggio dell’arte, un tempo detta figurativa, non sembra essere in grado di esprimere la propria narrazione.  L’artista che intende imprimere il proprio segno sulla tela da sempre si affidato a una certa casualità. Si narra un aneddoto sul pittore Apelle, il quale, frustrato  dalla impossibilità di dipingere la schiuma che usciva dalla bocca  del cavallo rappresentato nell’opera che stava realizzando, al culmine dell’ira, gettò la spugna intrisa di colori contro il quadro incompiuto, ne ottenne con stupore l’effetto desiderato. Ecco dunque che le riflessioni logico-dialettiche sono spesso del tutto immaginifiche. L’idea espressa da Gadamer che l’arte esprima un attimo di verità andrebbe forse riconsiderata alla luce del caso che ha una parte non secondaria nella creazione artistica come nella scienza. La filosofia della natura e la biologia contemporanea hanno ampiamente  dimostrato quanta parte abbiano il caso e la necessità come recita il libro di Jacques Monod pubblicato nel 1970. La voragine del non senso travolge anche Hegel. In un recente libro pubblicato da Einaudi, si arriva a ipotizzare che Hegel  abbia in qualche modo profetizzato l’avvento  di Andy Warhol, il celebre grafico pubblicitario, considerato dalla critica d’arte un artista.      Barbarella-500

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