Siamo in tempi in cui sono finiti i grandi sogni. Come dice Imre Kertész:” addormentarsi è inutile svegliarsi è superfluo”. Vi è un grande abisso tra la realtà naturale è il pensiero. Dove mai troveremo un uomo giusto? A Sodoma era rimasto Lot, l’unico giusto. Oggi chi salveremmo in questo pianeta in disfacimento ? Un dipinto di Corot rappresenta la distruzione di Sodoma. Un immagine fatale di abbandono. Non sono pensieri con i quali iniziare il giorno mentre guardo dalla finestra del mio studio. La fitta nebbia è una coltre che nasconde ciò che non voglio vedere, così un’inutile memoria vorrei fosse cancellata da una felice smemoratezza. Il linguaggio è strumento di menzogna, lo usiamo anche per ingannare noi stessi. Cosa significa l’espressione: mi guardo in dentro? L’occhio è pragmatico. Vede solo il presente. L’occhio della mente è daltonico. Colora i ricordi grigi. Mi sono sempre chiesto le ragioni che spingono a scrivere biografie. Leggere la vita degli altri non arricchisce la propria. La vita è una corsa ad ostacoli. Siamo come levrieri in un cinodromo che è il mondo. La finta lepre è il futuro che immaginiamo sempre migliore del presente. Ci portiamo dietro il corpo con sempre maggiore fatica. Pensieri e sensazioni sfuggono. I vecchi ai quali la vita ha consentito di maturare senza diventare troppo bacati, guardano con commiserazione le vuote frenesie delle nuove generazioni . Assorte in quella che credono vita, commettono gli stessi errori. I più hanno una vita virtuale, avranno ricordi virtuali, numerosi , fatui, inutili come i loro numerosi e frammentati amori. Ogni vero ricordo è cenere che ancora brucia nelle ossa. I poeti sono forse i soli ad avere capito il senso degli inutili tentativi che chiamiamo vita. “Passarono anni brevi come giorni”. Durante i quali raramente abbiamo saputo orientare la nostra esistenza. “Passi echeggiano nella memoria, in quel corridoio che non percorremmo, verso quella porta che non aprimmo mai” Il mestiere di vivere s’impara quando ormai non serve più. Se è vera l’affermazione di Goethe: “ nulla è più prezioso di un ricordo”. È vero che il ricordo non lo utilizzi fino a quando sei assorto nella vita. Chi ha tanta vita ha pochi ricordi. 
Considerazioni sull'arte


La pubblicità redazionale deve essere semplice e incisiva. Forse per questo Maurizio Ferraris non divaga con citazioni ai molti colleghi che hanno affrontato il tema della percezione. Così invece di richiamarsi al filosofo Joseph Campbell, preferisce richiamarsi alla zuppa Campbell. La pericolosità sociale dei filosofi deriva dalla loro capacità dialettica ed un abile uso del linguaggio. Verrebbe quasi da dire: per fortuna i lettori sono sempre meno numerosi. Credo che appartenga ai filosofi il primato quantitativo dei “tuttologi”. Ferraris infatti è docente di filosofia teoretica , ma i suoi interventi sono spesso di segno opposto a quella che è la definizione di “filosofia teoretica”. Non è la prima volta che mi tocca leggere teorizzazioni piuttosto strapalate del nostro, ma fino ad ora non aveva raggiunto il vertice dell’articolo pubblicato su Domenica, inserto culturale del Sole24Ore. Il titolo dell’articolo è di quelli che fino a pochi anni fa avrebbe fatto sobbalzare: “La grande bellezza delle scatole Brillo Box”. L’oggetto non la questione ontologica, qunati piuttosto il contenuto culturale della comunicazione. E’ vero che oOggi non ci si stupisce più di nulla, quindi anche dell’accostamento dell’opera di Warhol al famoso film sulle bellezze di Roma non sorprende più di tanto. Neppure sorprende che Ferraris definisca “filosofo autorevole” Arthur Danto, forse un favore tra colleghi. Sicuramente non può non destare preoccupazione che simili docenti insegnino nelle nostre Università ed usino il loro sapere per esaltare un fortunato grafico statunitense prestato all’arte con enorme successo commerciale grazie al supporto della critica che, come non mi stanco di sottolineare, è sempre più spesso megafono del mercato. Nel 2007 l’Università di Torino ha conferito a Danto la laurea Honoris causa. Un fatto che richiederebbe seria riflessione. Scrive il nostro docente: “ …E se le dimensioni della Brillo Box e della Zuppa di pomodoro Campbell’s appaiono troppo modeste , si provvede, per l’appunto a magnificarle, ossia, dicevo, a farle diventare più grandi, affinchè chi guarda possa capire quanto contano, e a capire lo splendore del mondo che rappresentano”. Se scrivere simili scempiaggini fosse un paziente di Foucault non desterebbe sorpresa, ma se è un docente universitario, allora ogni preoccupazione è legittima. Certo Ferraris si trova in una folta compagnia di aedi di Warhol, Achille Bonito Oliva arrivò a paragonare Warhol a Leonardo da Vinci. Sarebbe interessante esaminare le ragioni del successo di Warhol che gli ha permesso di contribuire, insieme a molti altri, a rendere l’arte quel guazzabuglio di oggetti insignificanti che oggi è. Vale la pena di notare che i ritratti serigrafici di Warhol sono tutti di personaggi famosi del mondo USA, con spiccata preferenza per il mondo newyorchese e gay, a cui si aggiunge la sua esaltazione del consumismo che Ferraris esalta in modo smodato. Esaltarlo come fa Ferraris lascia esterrefatti. Di fronte a tali manifestazioni di imbecillità accademica non resta certo molta speranza in un futuro migliore. 



Il linguaggio della cultura e quello usato dalla pubblicità dovrebbero non coincidere. In realtà si può dimostrare, testi alla mano, come vi sia grande distanza tra l’empiria e la cosa che osserviamo. Esegesi teorica di entrambi i linguaggi, pubblicità e critica d’arte, i quali convergono. L’arte moderna ha rinunciato alla pretesa di rappresentare la natura. D’altra parte essa non traccia il confine tra fenomeno sensibile ed esperienza, ma li sovrappone in modo arbitrario. La storia dell’arte è assiomatica. L’esperienza dell’arte finisce per trovarsi in un limbo. Da un lato vi è una sorta di dogmatismo, sia che si pensi con questa espressione a Locke a Hume, oppure a Mill e a Mach. L’empiriocriticismo edulcorato dalle necessità mercantili. In ciò che questi sistemi descrivono come puro dato di fatto non è possibile alcun accostamento con il livello del fare artistico del quale si confonde ispirazione con improvvisazione. I fatti dell’arte dovrebbero basarsi su una epistemologia che nasce da un’elaborazione culturale la cui traccia è sviluppata dal pensiero. La famosa questione logico- storica: “Giovanni senza terra non passerà più di qui”, è risolta da Cassirer distinguendo tra un fatto fisico e un fatto storico. Ma questo non risolve il problema dell’arte che è contemporaneamente fatto storico e realtà fisica. Ciò che non è ripetibile non è fatto, ma astrazione. Quando ci troviamo di fronte all’arte seriale, ovvero, realizzata con sistemi industriali, non abbiamo più alcuna forma di realtà. Giovanni Senza Terra può passare e ripassare all’infinito. Non resterà traccia nella storia di una gran quantità di arte contemporanea . Non vi è alcuna realtà di fatto in se stessa come dato assoluto. Ciò che chiamiamo arte deve sempre essere in qualche modo orientata teoricamente senza perdere di vista l’ontologia dell’oggetto. Come recita la poesia di Gertrude Stein:” Una rosa è una rosa è un rosa è una rosa” . I mezzi teorici dell’ermeneutica si aggiungono in un momento successivo, come constatazione di un semplice dato di fatto. Una luce illumina un oggetto che c’è, non lo crea. Questa luce è la critica che può anche esprimere uno specifico punto di vista, ma non avrà mai la prerogativa di mutare l’oggetto che esamina il quale resterà esattamente com’è. 







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