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Il fantasma della libertà.  0

L’arte, a ben vedere, nella sua esplicazione migliore, non è che la reinvenzione della realtà con pretese metonimiche. Fantasia e intelletto danno forma al pensiero. Il mito dell’artista “genio e sregolatezza”  è un pretesto per distrarre. La creatività non scaturisce dal disordine. Gran parte degli artisti appartengono alla borghesia: Kandinsky, Mondrian, Picasso, Man Ray, De Chirico, Piero Manzoni, Duchamp, l’elenco è lungo. Tutti borghesi mediamente colti e mediamente ricchi, secondo parametri  sociali, insignificanti se non per la possibilità di sbizzarrirsi  e creare la loro arte, o le loro provocazioni, per distinguersi dallo stuolo di aspiranti artisti  andato crescendo con l’avvento della modernità. Oggi gli artisti sono milioni nel mondo. Rimossi i paletti dell’estetica e della ragion sufficiente, che fungeva da filtro per  le pretese di molti, la frana “libertaria” ha data la stura al cattivo gusto, le teorie ancipiti elaborate dai cosiddetti filosofi dell’arte sono valse da giustificazione. Si è smarrito il filo d’Arianna che legava la storia dell’arte. Gli antichi usarono l’arte come riflesso della realtà, come racconto e simbolo di un divenire dialettico nello sviluppo è fruizione sociale. Nulla di tutto questo è rimasto. L’uso sofistico della filosofia  per dare alla propria ignoranza, anzi alle proprie illusioni e confusioni, la tinta di una qualche verità. Kant definiva la verità “accordo di una conoscenza con il suo oggetto”. Non pare che la cosiddetta filosofia dell’arte vada in questo senso, anzi non va da nessuna parte, si affida a tautologici truismi, in un mondo in cui la conoscenza si specifica nelle sue stereotipie. E’ molto difficile  se non  impossibile,  tentare una resistenza teorica  o tecnica, il  problema sempre più si appalesa. Anche perché, nelle Università e nelle Accademie, i giovani sono vittime di abbagli, a partire dal riferimento al linguaggio, frutto di impudenza e ignoranza. L’esperienza del soggetto matura in questo stato di cose. E’ questa la realtà  di oggi, come si presenta. Mancano gli strumenti  per infrangere l’illusione che riduce l’identità dei pensieri al pensiero dell’identità in un solipsismo culturale disarmante. La negazione che il reale è diventato il punto d’appoggio di ogni processo creativo, per questo tracima  in fatua illusione Non sarà cedere a un inganno prospettico  vedere la delineazione dell’immaginario , le cui forme non più associate al simbolico né al reale,  finiranno nella morta gora del nonsenso. E’ proprio questo il miraggio di quest’epoca in cui la sbandierata libertà non è che un fantasma che non spaventa più perché creduto reale. L’arte può riassumere il suo valore solo purgandosi da neologismi mondani  e prendendo coscienza che la cosiddetta filosofia dell’arte ha rivoltato come un guanto senso ed estetica. Ciò finisce per  situare l’esperienza a un punto in cui la negatività si autoalimenta.

Piergiorgio Firinu     aaaaaaaaaaaaaaaaanewsletter

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Decidere senza pensare  0

E’ imbarazzante rendersi conto del fatto che il procedimento di risoluzione dei problemi definito intelligente oggi per i computer , è essenzialmente lo stesso  che lo psicologo Edward L. Thorndike attribuiva agli animali nell’ultimo decennio dell’Ottocento per dimostrare che essi  non sono in grado di ragionare. Tutto ciò che fanno gli animali, argomentava Thorndike, è passare ciecamente  attraverso un certo numero di reazioni possibili, finchè non capitano su quella valida. E quanto più spesso si verifica la reazione valida, tanto più facilmente essa verrà connessa, nel cervello dell’animale, alla situazione problematica. Tale associazione non è più intelligente del comportamento dell’acqua piovana che si rovescia sempre là dove maggiore è la pendenza. Non si ha quindi il minimo intendimento. Ora, la cosa preoccupante, non è tanto il funzionamento del computer, il cui meccanismo tecnico risponde ad esigenze scientifiche e di necessità, quanto piuttosto che lo stesso comportamento si riscontra tra gli esseri umani oggi. Dalle decisioni politiche, agli abituali comportamenti sociali appare evidente che prescindono spesso da ogni forma di razionalità, si affidano ad  automatismi comportamentali. George Berkeley ha suggerito che si possa impiegare un qualunque triangolo per rappresentare tutti i possibili triangoli. Il rischio, con l’impulso massificante dei media e di tutte le forme di intrattenimento, si finisca per poter usare lo stesso metodo per gli esseri umani, ognuno dei quali risulterà identico ad ogni altro essere umano. Siamo ben oltre a 1984 di George Orwell che quando fu scritto venne indicato come appartenente alla tradizione narrativa utopistica, mentre oggi le “fantasiose” ipotesi contenute nel libro, si sono ampiamente avverate. Vale per il libro di Orwell l’affermazione di Samuel Johnson che definiva il risultato di un’astrazione come “ una quantità minore che contiene la potenza di una maggiore”. Gli strumenti di comunicazione di massa, salutati al loro sorgere come strumenti di democrazia, si sono rivelati come una forma coatta di indottrinamento  delle masse, per cui si procede come gli gnu, tutti in un’unica direzione, si tratti di teorie di genere, di orientamento politico, di comportamenti e scelte quotidiane. Ciò che appare terrificante è che non c’è consapevolezza di questo scivolamento di forme sociali degradate. Finiamo per imitare non solo comportamenti tribali primitivi, anelli al naso, tatuaggi, abbigliamento trasandato, ma rischiamo di imitare gli animali nel loro comportamento primario con la differenza che noi siamo privi dell’istinto che in qualche modo guida. Mi si permetta di citare il mio libro, pubblicato nel 1977: “La logica del quotidiano” quello che allora nel mio scritto appariva surreale oggi è il vissuto dalle masse.   aaaaaaaaaaaaaaaaaadecidere-senza-pensare

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Emozione e ragione.  0

Nella prefazione alla prima edizione della “Critica della ragion pura”, Kant scrive: “…questo lavoro di certo non è punto  all’uso del popolo…” . Ovviamente Kant non poteva immaginare che l’insorgere della retorica dei diritti,  delle pretese di genere  portassero ad abbassare il livello culturale di discenti e docenti . La cultura così detta di massa divulgata dai media crea situazioni psicosociali piuttosto spiacevoli . La libertà di pensiero con pretese di genialità  è una sorta di virus. Sull’inserto  culturale del Corriere della Sera,“Lettura”, una giornalista scrive un lungo articolo il cui titolo è “La conoscenza passa attraverso le emozioni”.  Dovremmo dunque archiviare  generazioni di filosofi,  l’elenco  dei reietti sarebbe davvero lungo,  che hanno sostenuto esattamente il contrario. L’articolo ha lo scopo di  promuove un  libro di certa Giuliana Bruno. Nella tradizione filosofica la parola esprime un concetto, o una determinazione dell’essere la cui definizione può avvenire esclusivamente tramite processo logico, come sostiene Wittgenstein,  esattamente il contrario di un atteggiamento emotivo. La ragione filtra l’emozione, per così dire la interpreta, l’emozione è un impulso  estetico, visivo, superficiale. Come ben ha scritto Kierkegaard  in “Aut-Aut, Diario di un seduttore” , nel confronto tra  personalità etica ed estetica. Scrive Kierkegaard : “…. godimento significa annullarsi nell’istante….” . L’emozione è un sentimento soggettivo, può indifferentemente includere o escludere per impulso superficiale, epidermico, qualcosa  su cui non abbiamo controllo.  E’ noto che l’atteggiamento emotivo è  soprattutto appannaggio femminile, ed infatti sono le studiose a  difendere il valore gnoseologico delle emozioni, arrivando a sostenere che la conoscenza passa attraverso le emozioni,  teoria spuria. La scienza, tesa al conseguimento di risultati precisi, non sa che farsene delle emozioni.  L’arte è l’unica “disciplina” in cui effettivamente l’emozione può avere una parte preponderante. Lo vediamo ancora una volta soprattutto sul cotè femminile, oggi predominante. Opere di body art e  una quantità di “creazioni” che ho citato in altri scritti e  non intendo qui trattare. Infine il cinema,  vera fabbrica di emozioni create attraverso la tecnica, effetti speciali, pornografia, la recitazione è residuale. Film e filmetti che la tv diffonde a getto continuo sono in larga parte prodotti a Hollywood (Babilonia) una città ad altissimo tasso di corruzione che si schiera sempre dalla parte del potere. Le uniche guerre vinte dagli USA sono quelle costruite negli studi di Hollywood. Dopo la seconda guerra mondiale conclusasi nel 1945 gli USA non hanno fatto altro che collezionare sconfitte, anche quando sembravano vittorie. In Iraq, l’intervento degli Stati Uniti ha lasciato una situazione di caos e guerra continua. Non sono fuori tema, proprio le guerre cinematografiche sono produttrici di emozioni. Gli USA  hanno perso da tempo ogni credibilità morale, ma Hollywood continua a creare eroi americani, onesti, buoni, coraggiosi, che sconfiggono i malvagi. Ogni rigagnolo di Los Angeles contiene dosi residuali di cocaina ed eroina tali che, confluendo nell’oceano, potrebbero  rendere euforiche anche le balene. Perché dunque ci commuoviamo di fronte alle menzogne con effetti speciali? Non ci affidiamo certo alla ragione, ma ci lasciamo andare all’emozione che ci rende ebeti spettatori di panzane colossali. Questo fa l’emozione. L’idea che le nuove generazioni crescano con la fantasia nutrita da finti eroi e puttane vere, non è pensiero che possa rallegrare chi non abbia rinunciato completamente alla ragione rifugiandosi nel  cinismo.   poster110

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Lessico e civiltà.  0

La grammatica generativo-trasformazionale  di Noam Chomsky ha un precedente riferimento in Aristotele, ripreso da Heidegger  in “Introduzione alla metafisica” , quando asserisce che “il logos non è autonomo ma fondato su qualcosa di originario”, cioè radicato nella dimensione che lo precede ontologicamente. Se dunque il lessico accompagna l’evoluzione umana ed ha quindi significativa incidenza antropologica, non si può escludere che possa avvenire anche l’inverso. I media, in particolare cinema e tv, trasmettono un lessico decisamente rozzo e volgare, intriso di richiami genitali. Tutto questo in quale misura incide nella complessiva involuzione di civiltà? Quali saranno la conseguenze sulle future generazioni ? E’ nota la boutade di Richelieu il quale  sosteneva:  “Ci vogliono due generazioni di vita tra persone civili prima di saper stare correttamente a tavola”.  Oggi simile boutade farà inorridire, con qualche ragione, gli antirazzisti di professione, tuttavia guardandoci attorno viene da chiederci quanto tempo dovrà trascorrere prima che si torni tutti a mangiare con le mani. Ritorneremo alle indicazioni contenute  nel libro “De civitate morum  puerilium” di Erasmo da Rotterdam,  nel quale consigliava di usare una sola mano per prendere il cibo dalla pentola, non sputare nel piatto, non toccarsi i genitali durante il pasto ed altri suggerimenti del genere, cose che a noi sembrano assurde ma evidentemente non lo erano al tempo in cui Erasmo scrisse il libro. Tra i frammenti di Archiloco c’è un verso che dice: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande” . Gli studiosi non si sono trovati d’accordo sull’esatta interpretazione di queste oscure parole.  Oggi con la scolarità di massa l’istruzione è diffusa mentre la cultura      è in calo, considerata non più necessaria. L’acquisizione di un più elevato livello di coscienza di sé, che si compì nel corso del Rinascimento, è andato degradando con la modernità. Vi è notevole contraddizione  tra la tecnologia, che implica precisione funzionale, e la casualità improvvida dei comportamenti quotidiani. Prevale l’aspetto irrazionale che concede ampio spazio all’emotività con la motivazione che il mondo tecnologico contrasta con la prassi dei rapporti umani. Così finisce per prevalere il motto che Rabelais immagina posto sul frontone d’ingresso dell’Abazia di Teleme: “ Fa ciò che vuoi”. Siamo vicini al nocciolo delle peculiarità strutturali individuali che presiedono all’esperienza, la quale non è più vista come un percorso in qualche modo obbligato, legato alla crescita umana, ma come  stimolo ludico, ricerca di evasione. Tutto ciò si riflette ampiamente nel linguaggio dell’arte che ha abbandonato la traccia di conoscenza tecnica e culturale per affidarsi all’estemporaneo impulso provocatorio. La modernità ha confermato che gli esseri umani non sanno rinunciare ai miti, ne creano continuamente, in particolare di personaggi “trasgressivi” . Da quando Roland Barthes nel 1957 scrisse “Miti d’oggi” la realtà ha superato le più pessimistiche previsioni. La popolarità di un personaggio oggi si giudica dal numero di follower  sui  network. Lady Gaga pare abbia 43 milioni di follower, supera il Papa ed ogni altro personaggio. La cultura vera  non ha molto seguito. Incide su mentalità e comportamenti correnti  la squallida filmografia Made in Hollywood. La fine della nostra specie non sarebbe  una tragedia,  forse permetterà di  salvare  flora e fauna ormai residuali sul pianeta Terra..     aaaaaaaaaaaaaaaRocker-punk-1968

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Lo stato dell’arte  0

Lo stato dell’arte

Le rappresentazioni  sono inevitabilmente soggettive ; ciascuno di noi associa a una stessa espressione  una rappresentazione diversa, a meno che non sia suggestionato dalla lettura dell’opera del  critico/filosofo. I livelli di lettura di un’opera sono legati alla cultura del soggetto e  rispondono a un fattore psicologico. Husserl  distingueva tra l’io psicologico che appartiene al mondo,e l’io profondo; ovvero l’essere reale e l’essere ideale. Due realtà  dell’essere oggi  cancellate o fuse nel pesante  materialismo contemporaneo, e da una  distratta superficialità. L’io psicologico risulta inquinato  dalla predominanza di un pragmatismo funzionale che ignora tutto ciò che non è ludico, concreto, materiale. Non c’è spazio per nessun tipo di idealità, viviamo nella totale ignoranza dei fini della nostra esistenza. La nostra esperienza del mondo è ridotta ad   accumulo, possesso  materiale, consumo.  Cassirer sosteneva che l’uomo è un animale simbolico, ma la simbologia contemporanea è ridotta anch’essa a  volgarità e materialità. Le élite  sono costituite da soggetti  semianalfabeti, attori, cantanti, attrici porno. L’arte, che fu  tra le più elevate  espressione simboliche,  è ridotta anch’essa ad espressioni  laide alle quali  le teorie femministe hanno dato un contributo decisivo. Pensiamo al lampadario di tampax di Joana Vasconcelos, alle donne defecanti a carponi di Kiki  Smith, e  molti  altri simili “capolavori”.  Per Schopenhauer la demenza è essenzialmente perdita della memoria. Ed è’ ciò che sembra affliggere la nostra era,  con conseguente  rifugio nel solipsismo, nell’illusione di trovare soluzioni “pratiche”. Diceva Ennio Flaiano:” Colui che crede in se stesso vive con i piedi fortemente appoggiati su una nuvola”. Tutta l’arte contemporanea sembra avere fatta propria la boutade di  Oscar Wilde con  “Istruzioni per l’abuso”. E sempre di Oscar Wilde la profetica affermazione:” Tutti coloro che sono incapaci di imparare sono messi ad insegnare” . Sintesi della situazione delle scuole italiane, in primis delle Accademie. Si è smarrita la dimensione ontologica della libertà, l’esperienza del mondo non può essere vissuta senza una presa di distanza, come chi pretenda di vedere appoggiando il viso contro l’oggetto che vorrebbe osservare. L’uomo può acquisire la capacità di rispecchiare conoscitivamente tutta la realtà esterna, nonché se stesso, con una presa di distanza razionale .La vita umana è coscienza e autocoscienza sosteneva  Husserl.

piergiorgio firinuvenezia-2015--144-arte

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La filosofia dell’Unicorno  1

La filosofia dell’unicorno

La filosofia dell’arte procede in larga misura per deformazione  logica e forzature ermeneutiche basate su supposizioni. Anziché descrivere le opere il filosofo dell’arte le interpreta,  riconducendole alle proprie aprioristiche convinzioni. Uno degli espedienti abituali  consiste nel contestualizzare,  quasi che il contesto abbia  il potere di mutare significato e sostanza. Un asino è un asino in qualunque luogo o situazione  collocato. La contestualizzazione ambientale e storica non ha il potere di modificare l’ontologia , come pretendono molti filosofi dell’arte. Se noi collochiamo un’opera di Cesar in un deposito di ricuperi ferrosi, essa si confonde con il resto dei materiali, così come l’orinatoio di Duchamp  riportato in un magazzino di apparati igienici. La  contestualizzazione è dunque un’efficace espediente che, insieme alle forzature ermeneutiche , attua il tentativo di modificare l’ontologia dell’oggetto. Far credere che l’ottone sia oro non è abilità, è inganno. Dunque oggetti la cui ontologia è affidata al contesto, non possono essere considerate opere d’arte nonostante le spurie teorie che sostengono il contrario. Attraverso la parafrasi  proposta da Russel,  l’enunciato , il cui predicato non è formulato secondo le proprietà dell’oggetto, è un anacoluto logico e grammaticale. Un nome , nel senso ristretto di denominazione di un oggetto, non comporta di necessità la conoscenza. Il concetto semantico deve avere una fondazione epistemologica, basata sulla distinzione tra conoscenza diretta e conoscenza per descrizione. Ogni formulazione filosofica, dovrebbe partire da un riconoscimento formale e materico  e quindi  pervenire a una conoscenza diretta dell’oggetto, quale è realmente. S’indugia invece in forme metafisiche attribuendo all’artista il potere di modificazione ontologica con il semplice atto di scelta. La forma logica di un enunciato del linguaggio deve avere riscontro con la realtà sostanziale. Le presunte intuizioni dell’artista, in base alle quali il filosofo dell’arte formula teorie e giudizi, non sono che opinioni che nascono da un percorso epistemologico viziato dal pregiudizio, le distinzioni, e formulazioni arbitrarie che ne conseguono, sono un formidabile  esempio di manipolazione del linguaggio su errati presupposti ontologici. Russell era consapevole di questo quando sosteneva che “un robusto senso della realtà è indispensabile per un uso corretto del linguaggio,perché la logica non può ammettere  l’esistenza di un unicorno più di quanto lo possa la zoologia”.

piergiorgio firinu    aaaaaaaaaaaaaaaaunicorno

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Civiltà in squagliamento  0

La visita alla 56esimaBiennale d’Arte di Venezia del 2015, conferma, se mai fosse stato necessario, il successo delle deleterie teorie degli pseudo filosofi  made in USA. Gli oggetti esposti   nella sequenza di stand , fanno apparire l’esposizione simile ad un bazar, o un mercato di rigattieri. Il cosiddetto multiculturalismo appare una sorta di foglia di fico dietro cui c’è  il vuoto. Osservando le opere, si trova altresì conferma della  modesta  base culturale degli artisti, la loro approssimazione è disarmante,  le opere sono espressione  degli stereotipi correnti. La mostra è in gran parte uno spot sull’immigrazione, tema senz’altro importante ma non tale da poter caratterizzare una Biennale che anche per questo appare assorta dal contingente fenomenologico. Sicuramente  poveri  i  riferimenti culturali degli artisti. Si evince anche dalla lettura dei testi che accompagnano le opere. Certo, visto la tendenza  contemporanea, non c’è da aspettarsi che abbiamo dimestichezza con autori come Nietzsche, Kierkegaard, Dostoevskij, Hegel, Schelling, Dilthey, Rilke, Trakl. Heidegger. L’ elenco non è casuale, sono  autori che hanno tentato di approfondire l’essenza dell’essere, l’ontologia della forma nelle sue multiformi espressioni di cui l’arte è parte significativa. Di certo se la base culturale di questi nuovi, o seminuovi,  artisti, sono filosofi  delle ultime generazioni,  tutto appare molto più chiaro, anche l’uso inappropriato, se non decettivo, delle preposizioni esplicative che dimostrano marcata  ignoranza dell’etimo originario delle parole. L’opera di Helidon  Xhixha, a mio parere, è la perfetta metafora non solo dell’arte, ma dell’intera società contemporanea,la quale si liquefa non nel senso che diventa liquida, aperta , mobile, ma nel senso che si dissolve in fatuità consumistica,  orgogliosa della propria ignoranza. Ci allontaniamo dal pensiero  fondamentale  del l’occidente, la cui sedimentazione costituisce, o dovrebbe costituire, base e stimolo al pensiero creativo. Abbiamo l’ansia di andare oltre, senza tuttavia aver dimostrato di aver compreso le espressioni culturali autoctone e ancor meno quelle di altri popoli. La cultura non è più un percorso di conoscenza della coscienza comune, articolata in una socialità che solo grazie ad una effettiva consistenza culturale può aprirsi agli stimoli di espressioni diverse, anziché  limitarsi ad assemblaggi di improvvisati  e sociologismi d’accatto. Se è vero che non è compito dell’arte proporre soluzioni, è anche vero che rinunciando a priori ad ogni serio e fondato riferimento culturale l’arte rinuncia ad una incisiva  rappresentazione, ovvero all’apertura di senso verso un’ontologia che stimoli la coscienza di sè e una positiva relazione con gli altri.

Helidos-Xhixha

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Democrazia dell’ignoranza.  0

Come ho scritto in altri testi, è mia convinzione che l’arte è politica. Dovremmo dunque preoccuparci  di considerare la situazione socio-culturale  all’interno della quale il cosiddetto “sistema dell’arte” ,nasce e si sviluppa. Episodi come quelli accaduti a Milano il 1° maggio 2015, preceduti da una serie di episodi analoghi a Genova, Roma, Torino e altre città, confermano che viviamo in una società malata. Liquidare questi  episodi con espressioni di sufficienza come ha fatto Renzi , visto il loro ripetersi, forse non è il modo migliore per trovare soluzioni. La storia ha il passo lento ma costante. Con l’istruzione obbligatoria abbiamo cominciato a insegnare l’arte della manipolazione delle idee. Viviamo in un mondo in cui la maggior parte degli individui è semianalfabeta, o per dirlo in modo più gentile, semiletterati, persone cioè che sono in grado di afferrare le idee, ma non hanno gli strumenti culturali per verificarle, e quindi  seguono l’air du temps.  Chi dice che la politica è l’arte del possibile usa un’espressione ad effetto, ma priva di senso. L’involuzione sociale acquista impulso fin dagli anni ’70 certificata da Theodore Roszak  che scrisse”La nascita di una controcultura” , era la naturale conseguenza di quanto profetizzato da Tocqueville due secoli prima in “La Democrazia in America”. Seymour Martin Lipset scrisse che i movimenti estremisti trovano il loro terreno di cultura  in individui psicologicamente disancorati da riferimenti culturali e sociali. Platone e Aristotele, erano  assolutamente contro il principio di democrazia. Aristotele,  indicato come il maestro di coloro di coloro che sanno,  inascoltato quando il suo pensiero contrasta con il mainstream.  Nel 1942 Joseph Schumpeter  pubblicò “Capitalismo, socialismo e democrazia” , affrontando il tema della definizione di democrazia in risposta indiretta al politologo W.H.Morris Jones  il quale scrisse un testo dal significativo titolo: “In difesa dell’apatia” (politica). Si aprì una battaglia contro l’idealismo hegeliano  avanzando  la tesi che gli obiettivi ideali costituiscono di per sè una minaccia. Il libro “La società moderna e suoi nemici”  di Karl Popper è forse l’espressione più nota di opposizione all’idealismo. Isaaiah Berlin  affronta il tema dei concetti “negativi” e “positivi”  di libertà,  in un’ottica di razionale confronto. Con l’avanzare della globalizzazione e i flussi migratori,  è stata messa in forse la radice stessa di democrazia, così come era vissuta interpretata fino alla metà del secolo scorso. L’idea  di welfare si va facendo astratta e impraticabile, sia per la scarsità di risorse da dividere con un sempre maggior numero di persone, sia perché gli stessi bisogni  in una popolazione variegata, sono non di rado in contrasto.  La libertà, intesa come possibilità di scelta razionale e autonoma, è resa problematica dal proliferare di conflitti, internazionali e interni alle nazioni. Anche i conflitti di genere acquistano una sempre maggiore rilevanza sociale. Tutte le teorie sociali  sulle èlite di Pareto e di Mosca, le elaborazioni socio- economiche di Weber hanno perso ogni plausibilità pratica. Non si tratta più di distinguere una forma di Governo da un’altra, è il concetto stesso di governance  che andrebbe riscritto. Il cambiamento semantico del concetto di democrazia impone una rilettura, dal punto di vista della mancanza di consenso sul significato di democrazia, come dimostra il susseguirsi di manifestazioni di piazza, più o meno violente, da parte di persone convinte di difendere il vero significato della pratica democratica. Per fare un esempio l’appoggio a MacCarthy del popolo americano venne considerato come difesa della democrazia,(H.MacClosky, Consensus and Ideology in Amertican Politics, 1964). Così come le guerre scatenate di Bush e da Obama in Iraq e Libia furono giustificate come difesa della democrazia. E’ noto che la “democrazia” è nata in Grecia, in contesti sociali assolutamente diversi, vorrei dire opposti, agli attuali. La parola “ demos” è una parola proteiforme con parecchi significati, tra cui “il popolo nel suo insieme” o per essere più precisi l’insieme dei cittadini. Fu Aristotele  che offrì la formulazione sociologica più penetrante (Politica 1279b34-80°4) Per Aristotele, il pericolo insito nella democrazia  era che il governo dei poveri degenerasse in un governo nell’interesse dei poveri. In realtà gli esiti sono stati assai peggiori, con il proliferare di “diritti” individuali che rendono  praticamente impossibile una qualche armonizzazione sociale. Le “democrazie” contemporanee sono un coacervo di interessi in perenne conflitto tra loro.

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Affabulatori del nulla.  0

Le opere d’arte acquistano valore  e trovano la loro ragione d’essere nella naturale relazione dialettica sul filo del pensiero critico che ne indaga l’essenza. L’esame di un’opera può avvenire sotto diversi profili, tecnica, contenuto iconologico, collocazione storica. Quello che invece appare improponibile è il riferimento quasi esclusivo all’intenzionalità dell’artista, secondo quanto sostengono alcuni “filosofi dell’arte”. Ritorneremo  su questo aspetto con maggiore ampiezza. Esaminando l’opera di van Gogh  con criteri scientifici, scopriamo che la grande vitalità cromatica del girasoli era il risultato della componente base di piombo , lo stesso composto  intorno a cui ruota un bel capitolo del “Sistema Periodico” di Primo Levi. E’ affascinante l’idea che van Gogh si interessi di chimica per dare maggiore incisività cromatica alle sue opere. Questo dettaglio conferma  l’imperscrutabile difficoltà di indagare il contesto tecnico, storico fenomenologico nel quale l’artista opera. Un qualunque sistema, incluso il sistema dell’arte, dovrebbe esprimere asserzioni  con la consapevolezza che una parte del problema resta “indicibile”, parafrasando il teorema di Kurt Gödel. Gli aspetti concettuali del procedere artistico, se sottoposti a riflessioni di carattere filosofico debbono argomentare in senso logico, con sufficiente plausibilità. La colpa principale della filosofia contemporanea  dell’arte,  è quella di pretendere di trascendere le leggi della logica attraverso circonlocuzioni apodittiche. In questo modo Unger riprende nella sede critica della scienza sociale , motivi del romanticismo  e dello storicismo  alla maniera di Schopenhauer, letto al contrario. Destrutturare la realtà attraverso procedimenti formali rischia di tradursi in velleitarismo. La filosofia dell’arte, è spesso infarcita di  citazioni, non sempre appropriate. Alcune teorizzazioni azzardate , dimostrano  che non è stato ben compreso  ciò che significa, anche solo tentare, una rivoluzione concettuale. Il concetto è soltanto una parola accompagnata da regole per il suo uso, diceva Hegel. L’affermazione, attribuita a Lucio Fontana: “L’arte è filosofia”, è una boutade priva di senso, ma ha offerto pretesto a Piero Manzoni e a tutta la  serie di epigoni  la cui cifra principale è l’ignoranza dei fini ultimi. La creazione umana si mescola a  tesi controverse  di personaggi diversi da Mill,Herzen,Marx, Virginia Woolf , intellettuali intenzionati a dare il loro contributo alla decifrabilità della creazione artistica. Nei fatti hanno fallito. Il fallimento del loro tentativo, per certi versi ha aperto la strada, agli affabulatori del nulla, ai molti  filosofi dell’arte, specie di matrice statunitense, che hanno preteso di utilizzare teorie grimaldello per forzare la cassaforte del senso  e depredarla del  contenuto. Icone-dell'arte19

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Maieutica del brutto.  0

Davvero siamo convinti di saper dare senso e significato alla nostra vita? L’artista è forse colui che  ha trovato una forma, se pur insufficiente, di terapia per le proprie frustrazioni e paure, così le brutte opere sono una sorta di maieutica del brutto che è dentro e chiede di essere esteriorizzato. Non si  spiegherebbero  altrimenti le orribili opere di Cindy Sherman, di Kiki Smith, Vasconcelos, Marina Abramovic, e molte  altre. E’ la prova che, con l’avvento delle donne nell’arte, c’è stato un notevole impulso al degrado. Le teorie sul gender della filosofa americana Judith Butler non hanno certo contribuito a migliorare il mondo, ma solo a giustificare il peggio che in esso si manifesta, nell’arte come nella vita quotidiana. Ancora Francis Bacon si affidava  al pennello, il rito della pittura filtrava per quanto possibile la realtà vissuta. Restava l’orrore immaginato e vissuto. Eliminato il filtro e la tecnica, resta solo più il brutto di forma e di pensiero.  E’ nell’insieme dell’arte nella forma esecrabile in cui la vediamo e la accettiamo, è già espressa tutta la bruttura del nostro mondo. Il sesso, l’arte, il sentimento non vissuto ma rappresentato in films e teatri, tutto si traduce in denaro, unica realtà tra tanta finzione. Autori e filosofi del passato si sono ingegnati  a rimuovere limiti etici e formali non prevedendo forse di ottenere tanto successo. Oggi vediamo la loro opera e la continuiamo, in una realtà informe. Ci vuole molta forza per vivere ed accettare la realtà degradata. Lutero ha detto una volta che il mondo è nato solo per una dimenticanza di Dio. Siamo il risultato di generazioni precedenti, della cultura e del costume sempre più soggetto a forzature. Goethe disse una volta di Shakespeare: “ Nessuno ha calpestato il costume materiale più di lui” . Siamo freneticamente assorbiti dalla brama di sperimentare  il nuovo, senza tuttavia aver capito il vecchio. Lo stesso metodo che pervade oggi gli artisti che sfuggono l’unico vero maestro: la natura. Come se si potesse frettolosamente passeggiare nella storia calpestando il passato, confondendo i generi, scambiando diritti con vizi, libertà come forma applicata di  demenza, nel senso inteso da Schopenhauer : “la demenza è essenzialmente perdita di consapevolezza di ciò che siamo realmente”.  Per poter impunemente violare le leggi di natura, abbia tentato di abolirle. Sembra dominare l’idea della duchessa Delaforte che  disse a Madame di Staël : “ devo confessarlo, mia cara amica, non trovo nessun altro che abbia sempre ragione, se non me”. E’ questa l’autosufficienza degli idioti che impronta di sè il mondo contemporaneo. Ben altra è la coscienza del valore degli altri gli uomini per chi è davvero degno. Aristotele disse di Platone: “ anche solo lodarlo non è permesso a persone dappoco” . Se lo sporco e il brutto è ciò che cerchiamo non abbiamo necessità di andare lontano abbia tutto dentro di noi. Ci siamo ormai convinti che tenere a bada i nostri vizi e le peggiori turpitudini è un attentato alla nostra libertà. Ho sempre cercato di vivere in una torre d’avorio, scriveva Ivan Turgeniev, ma una marea di merda si abbatte contro i muri fino a farla crollare. Flaubert a sua volta confessava a George Sand:” scoppio di rabbia, ma questo nell’arte non deve apparire”. Tempi lontani, oggi nell’arte appare di tutto di più, non abbiamo vie di fuga. Questo è ciò che abbiamo realizzato, il traguardo della modernità. Consoliamoci con Oscar Wilde: “ nessuno è abbastanza ricco da riscattare il proprio passato”. Requiem. aaaaaaaaaaaaaaaaaaabramovic

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